Il Tirreno

Il Candia sta crollando il disastro comincia lì

di Claudio Figaia
 Il Candia sta crollando il disastro comincia lì

Frane sul 75% delle colline, rimpalli di responsabilità, ordinanze sbagliate e non rispettate. E da Scurtarola parte l’idea: facciamo come in Francia

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MASSA. Squarci di fango nel verde dei vigneti: è il Candia che frana. È da lì che bisogna partire per capire il disastro di questi giorni. Perchè è dalle colline fra Massa e Carrara che tutto comincia: il terreno smotta, le piogge non sono adeguatamente drenate e la bomba di acqua e fango si riversa verso il basso, facendo straripare i fossi (in parte tombati), inondando tutto quel che trova. Che sia San Lorenzo, Castagnara o Romagnano.

Pier Paolo Lorieri, storico produttore (e promotore) del Candia, titolare dell’azienda Scurtarola, ne è ben consapevole e lancia l’allarme: «Se il Candia cede si allaga tutto il territorio. E oggi due terzi delle colline hanno subito danni dalla violentissima bomba d’acqua di sabato notte. Bisogna intervenire, subito».

In verità si doveva intervenire già da tempo, come minimo dalle tragiche frane del 2010, ma poco è stato fatto, anche perchè gli stessi produttori del Candia hanno chiesto – e ottenuto – dal Comune una proroga fino a fine anno prima di ottemperare all’ordinanza del sindaco Pucci che ordina ai privati di mettere in sicurezza i terreni. Comunque, quel poco che è stato fatto non sembra sia stato efficace.

Lorieri, però, ha una visione ben diversa. Le ordinanze (360), dice, sono sbagliate: sono state inviate a persone che in realtà non sono più titolari dei terreni e a persone i cui appezzamenti non erano interessati dalle frane. Vero: nel febbraio scorso il Comune ha annullato 37 ingiunzioni riconoscendole come “illegittime”. Un ammissione, si badi arrivata solo dopo le rimostranze o i ricorsi degli interessati.

Il vero problema, tuttavia, argomenta ancora Lorieri è un altro: «È la filosofia che sta dietro all’ordinanza che è sbagliata: è inutile spendere i soldi per regimare le acque, ripristinare i “poggi” se poi il vicino non fa nulla, se il terreno a fianco resta come prima. In alcuni casi, poi, la richiesta di ripristino può essere persino illegittima, perchè dal punto di vista della sicurezza è meglio lasciare le cose come sono piuttosto che “ripristinare lo stato dei luoghi”.

Lorieri mostra una serie di foto abbastanza impressionanti di palizzate, micropali – opere di messa in sicurezza, insomma – portate via dalle frane. «La dimostrazione di come questi interventi siano inadeguati rispetto alla gravità della situazione», dice. E allora? Allora, è la proposta di Lorieri «bisogna smetterla di buttare soldi e smetterla con il rimpallo delle responsabilità: tutti siamo responsabili a livello diverso di questo disastro. Ma proprio per questo bisogna metteci tutti insieme per trovare una soluzione davvero efficace e definitiva al dissesto del Candia». Facile e dirsi, meno facile a farsi. «Sì, ma altri l’hanno fatto Andate a vedere sulla Cote du Rhone, nella Mosella. Lì i vigneti sono stati messi in sicurezza con terrazzamenti in pietra e cemento, i canali scavati nel terreno in modo solido e duraturo. Interventi eseguiti su intere colline, non certo su singoli appezzamenti. Oppure, guardiamo a quanto fatto a Cardoso dopo la tragedia: opere ciclopiche, costose, che però funzionano. Bisogna guardare alle eccellenze, osare, pensare al futuro ».

E il problema dei finanziamenti di questi interventi verosimilmente onerosissimi? «I proprietari del Candia ci metteranno parte dei loro terreni e magari qualche soldo. L’intera collettività, però, dovrà sostenerne il peso. Perchè dalla sicurezza del Candia dipende la sicurezza di tutto il territorio massese».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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