Sicurezza
L’acqua peggio della guerra. E il muraglione capitolò
Costruito dai tedeschi per fermare gli Alleati, è stato per 68 anni l’argine del fiume È crollato con un boato. «Erano tre anni che dalla sponda filtrava acqua»
INVIATO A CARRARA. L’agonia del Muraglione, raccontano, è cominciata poco dopo le una e trenta di sabato notte. E non è stata un’agonia silente, né sommessa.
Prima di capitolare, il gigante costruito per sostenere la Linea Gotica ha resistito e sofferto. Ha combattuto per ore contro l’acqua del torrente Parmignola, che montava, tra mulinelli e ondate improvvise. E a un certo punto il Muraglione ha anche gridato. È stato un sibilo sinistro, l’hanno sentito persino dall’Aurelia, all’altezza di Dogana e dell’incrocio per Ortonovo, dove la Toscana diventa Liguria. Un sibilo lungo e atroce: l’ultimo lungo respiro del gigante disteso, prima di arrendersi. Alle 3,30 il sibilo si è evoluto in fragore, e il fragore è diventato boato: «Come una bomba, come la dinamite», raccontano quelli di Battilana, l’ultima frazione di Carrara prima del confine. «In casa l’abbiamo sentito tutti. Sembrava una cosa viva, o una sirena», dice Mario Nieri, che abita a un chilometro da qui, in terra ligure. Il fronte si è aperto e l’acqua ha vinto, prima passando da una feritoia larga quanto una porta di casa, poi allargando lo squarcio, fino a una cinquantina di metri, sul versante toscano, e allagando tutto: le campagne di Battilana, i maneggi, gli agriturismi e soprattutto le case. Fango ovunque. Danni. E il terrore di non salvarsi, riparando ai piani alti. Una delle tante alluvioni di questo ennesimo disastro sul territorio apuano.
L’artefice del Muraglione era la OT, acronimo che designava la temuta e potente Organizzazione Todt. Fritz Todt, il grande capo, era un genio dell’ingegneristica militare tedesca. Veniva dal Baden-Wuttemberg ed era un Reichminister, un ministro della Germania nazista: dal ’34 era responsabile della costruzione di strade, ponti e opere di grande comunicazione. Alla OT affidarono il compito di costruire le linee difensive: la Linea Sigfrido, il Vallo Atlantico e, in Italia la Linea Gotica, che correva da Rimini alla Versilia. «Spesso il Muraglione è identificato come un tratto della Gotica, ma è un’imprecisione: in realtà la vera Gotica era a Montignoso, quella di Carrara era una seconda linea, secondo le regole auree delle fortificazioni», precisa Beniamino, Gemignani, scrittore e storico locale.
Gli alleati risalivano l’Italia dopo la sanguinosa resa dei conti di Montecassino e i partigiani pressavano le forze naziste dalle montagne: non ci fu tempo per inaugurazioni. Ma il super muro fu terminato in tempi record, nella primavera del 1944. Herr Todt non fece in tempo a metterlo in cantiere e a completarlo: l’8 febbraio 1942, dopo la conclusione di una riunione con Hitler al quartier generale di Rastenburg, l'aereo su cui si era imbarcato esplose in volo e precipitò. Qui si apre uno di quei misteri che popolano la Storia vera, più di tanti gialli di fantasia. Perché su questa morte aleggia il fantasma di un complotto. A Todt successe il grande architetto del Terzo Reich, Albert Speer: nelle sue memorie, Speer rivelò che Todt, poco prima dell’incontro con il Fuhrer, aveva lasciato denaro alla sua segretaria di fiducia, come presagendo che quel volo sarebbe stato l’ultimo.
In questo angoscioso novembre apuano, con il cielo grigio e il suolo marrone, il segreto dell’ingegnere tedesco è lontano. Sono le 16 e sull’argine, davanti alla ferita aperta, lavorano sui cingolati tre escavatori, due gialli e uno arancione. Una fila di camion porta detriti, laterizi, enormi massi di “marmo da scogliera”: servono a tamponare la breccia, opponendo una diga che non sia solo terriccio. L’acqua del torrente è scesa di livello; scorre senza impeto, ora. Sull’argine opposto, quello di Ortonovo, nessuna fuoriuscita. È qui che calpestiamo l’argine, tra i canneti e l’erba bagnata, in una processione di decine di cittadini, i vecchi che videro nascere il Muraglione, le donne con i bambini piccoli, i ragazzi in pantaloncini e scarpette da corsa. Gli operai stanno completando un terrapieno esterno, per dare accesso e manovra ai camion. Con maestria, e con una delicatezza quasi paradossale, gli escavatori ghermiscono i massi da scogliera e li posizionano uno a fianco dell’altro, come sentinelle: è il primo fronte per la prossima resistenza. Per quanto tornerà a piovere e il Muraglione, da certezza che era, diventerà inevitabilmente un osservato speciale. Del resto era nato come argine ai carri armati. Dopo la guerra l’hanno riciclato come opera idraulica. Una vocazione più pacifica e condivisa, ma la tecnica di costruzione pensava solo alle strategie belliche e non al contenimento di un torrente.
Ogni mattina, da anni, Renato Bianchi percorre in scooter via Bassagrande, la strada lungo il Muraglione. In compagnia di un amico, parte dalla sua casa al lago Baffone e risale verso l’Aurelia per raggiungere Molicciara, nello spezzino, dove lavora come saldatore. Ogni mattina costeggia il gigante di cemento, ogni mattina lo accarezza col motorino. E ora non si dà pace. Perché aveva notato qualcosa. «Mi sento in colpa - dice - perché da tre anni,e guarda caso dopo alcuni lavori sul terreno, quando pioveva forte vedevo strane fuoriuscite d’acqua, dalla base del muro. Erano, giuro, proprio lì, dove ora il torrente ha esondato. Ho la casa allagata e sono pentito: invece che alzare le spalle avrei dovuto segnalare, protestare, denunciare, come spero che abbiano fatto altri. Ho sbagliato, come cittadino: potevo dire la mia, ora sarei più sereno. Ma quella strada la percorrono anche altri: gli uomini degli enti, dell’autorità di bacino. Le forze dell’ordine. I politici. E nessuno ha detto o fatto niente. Come me. Peggio di me».
@fbrancoli
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