Il Tirreno

«Immersi in acqua e fango ma si poteva evitare»

di Francesca Ferri e Manuela D’Angelo
«Immersi in acqua e fango ma si poteva evitare»

La rabbia dei massesi, tra chi ha perso la casa e chi c’ha rimesso anche il lavoro Da Romagnano, Lavello e Casone si alza un’unica voce: fuori le responsabilità

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MASSA. Romagnano, Lavello, Casone. La geografia dell’alluvione a Massa ha qui i suoi punti cardinali. L’orologio indica che sono passate ventiquattro ore dalla catastrofe ma, nonostante il lavoro tirato a mano, palata dopo palata, in queste strade il tempo sembra essersi fermato. L’asfalto è ancora ricoperto di melma viscida, le case sono ancora piene d’acqua che le piccole pompe di drenaggio degli abitanti non riescono a succhiare. E si conciano a contare i danni.

Romagnano

Via Pratta non esiste praticamente più: è sommersa dal fango e dai detriti. Via Romagnano è una poltiglia scivolosa, pericolosa da percorrere. La zona di San Lorenzo è un inferno.

4 alluvioni dal Cocombola. Questa gente ha perso tutto, milioni di danni, perché la maggior parte delle taverne erano abitabili, c’erano dentro salotti, camere da letto, cucine. Tutto è da buttare via. «Qui abbiamo visto quattro alluvioni – racconta Dilva Angeloni, 64 anni, bidella precaria a Soliera – e tutte sono state colpa del Cocombola e di quei ponti costruiti sopra, che sono sempre ostruiti e basta poco perché piante e detriti facciano da tappo. Da 20 anni abbiamo cause aperte in tribunale per il Cocombola». «La notte tra sabato e domenica l’abbiamo passata con i nostri figli in collo a cercare di sopravvivere – racconta il figlio – ci siamo arrampicati sui davanzali aspettando che qualcuno venisse ad aiutarci». «Abbiamo visto distruggere quattro auto – conclude Dilva Angeloni – e io non so come andare a lavoro domani. E non abbiamo i soldi per ricomprarne, neanche una».

Disabili in difficoltà. In una delle villette di via Pratta abita una famiglia con una figlia disabile e un anziano. Nella taverna oggi galleggia una delle sedie a rotelle utilizzate dalla donna, oltre ai mobili, televisori, materassi, una lavatrice. Anche i soccorsi per l’anziano, racconta il capofamiglia, sono arrivati soltanto in mattinata, dopo due giorni tra acqua e fango.

«E ora come le pago le tasse?». Proprio davanti al torrente c’è la casa della famiglia Carloni, che abbiamo visitato ieri. E non sembra molto diversa da come l’abbiamo lasciata. A parte la camionetta dei vigili del fuoco che, con fatica, con una pompa tira fuori l’acqua dalla taverna completamente sommersa di poltiglia fangosa. E a parte le carcasse delle auto ripescate dal Cocombola e lasciate nel suo giardino. «Ho 100mila euro di danni, sono in ginocchio, senza riscaldamento, senza impianti elettrici», spiega il capofamiglia, Stefano Carloni. «E ho perso anche tutti i documenti, tutti i fogli. Come faccio con la banca, con le tasse?», chiede. Ma non è l’unica preoccupazione. «Non ho visto nessuno – spiega – se non amici e parenti. Questo disastro era annunciato. Noi residenti di questa zona abbiamo fatto decine di esposti contro il Cocombola, e la Provincia ha sempre saputo che qui la situazione era pericolosa».

San Lorenzo, zona dimenticata. Di tutte le segnalazioni ricevute da Il Tirreno, le più insistenti arrivano da San Lorenzo, zona contigua a Romagnano. Gli abitanti sono delle furie. «Non s’è visto nessuno, non c’è acqua, riscaldamento, luce», raccontano. «Siamo soli da due giorni – spiega Debora Pardini – sono venuti giusto due vigili ieri (domenica, ndr) e per poco non li linciano». E con un intero quartiere da ricostruire, gli abitanti vogliono manifestare contro il Comune. «La faremo martedì prossimo – promette Debora – e ci presenteremo dal sindaco con ruspe e pale».

Casone e Partaccia

Seguendo il corso del Cocombola, il torrente prende prima il nome di canale Codupino, poi di torrente Ricortola.

Il Ricortola in giardino. Il torrente ha sbriciolato l’argine davanti alla casa di Gino Bernardini, titolare di una rosticceria ambulante. «L’anno scorso hanno alzato l’argine, che è di muro, usando delle “parancole” – spiega il figlio Simone – e in questo modo l’hanno indebolito. Quando l’altra notte è arrivata la bomba d’acqua, ha sollevato le gabbie e ci è arrivata addosso». Il giardino è un deserto di fango misto ai sassi usati nelle gabbie poste a rinforzo dell’argine. L’acqua ha strappato l’asfalto, buttato all’aria il vialetto di mattoncini e allagato il seminterrato, un piccolo prefabbricato e cinque auto. È infilata anche in garage: il camioncino che Gino usa al mercato, del valore di 400mila euro, è bloccato qui e per farlo ripartire ci sarà da cambiare il motore e tutta l’attrezzatura della cucina mobile.

Idrovore al lavoro, ma non basta. Davanti a casa, e più a mare, sul ponticello di via delle Pinete, sono al lavoro i vigili del fuoco con due grosse idrovore. Altre vengono montate in qualche ora, ma il livello dell’acqua fatica a scendere. In tutte, o quasi, le case della zona c’è ancora mezzo metro d’acqua. Alla Falegnameria Ferrari, di Carlo Ferrari, l’acqua arriva a mezza coscia. «L’ultimo pezzo che mi rimaneva da consegnare è un bancone da albergo che ho trovato a galleggiare in mezzo alla falegnameria», racconta. Il lavoro di 35 anni è da buttare. «E non si è visto nessuno a darci una mano», dice.

Lavello

Al confine tra Massa e Carrara scorre il Lavello che dà il nome all’omonima via.

Un reflusso distruttivo. Qui all’altezza del ponte sulla strada Massa-Avenza, l’acqua ha impattato sui piloncini, è riuscita a defluire fino al ponte successivo, quello del depuratore, ma ha trovato le cataratte chiuse e un cumulo di detriti. L’ondata è rimbalzata ed è finita nei giardini e nelle case accanto. «Ieri (domenica, ndr) verso le 14.30 sono venuti dei tecnici a pulire il ponte e hanno aperto le cataratte», spiega Claudio Pe, che abita lungo il torrente con la moglie Brunella e la figlia di 8 anni. «Quando l’onda è arrivata – spiega – ho fatto appena in tempo a portare al piano di sopra la bambina». Più difficile è stato soccorrere la suocera di 82 anni, che abita nella casina di fronte e soffre di Alzheimer. «Non riuscivamo a convincerla a uscire in piena notte, era terrorizzata». Quello che colpisce, ascoltando questa gente, è che fino all’ultimo nessuno ha avuto paura dell’alluvione. «Abbiamo alzato i mobili con dei mattoni – spiega la cognata Maria Paola – pensavamo che al massimo l’acqua sarebbe salita 20 centimetri. Ho spostato i vestiti sul letto perché non si bagnassero: ora devo buttare via anche i materassi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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