Il Tirreno

Affaire Moschea, l’Iraq deve continuare a pagare

Il giudice civile respinge le richieste del paese asiatico, che provava a farsi forte della sentenza di primo grado del processo in corso a Torino

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CARRARA. La Repubblica dell’Iraq, attraverso il ministero della pianificazione e l’ambasciata in Italia, dovranno continuare a versare alla Server Plus Limited quanto stabilito dalla sentenza del 2003, in merito alla ben nota vicenda del contratto per la moschea che la ditta Dazzi avrebbe dovuto realizzare in Iraq. Lo ha deciso il giudice del tribunale civile di Massa, Giampaolo Fabbrizzi, con una ordinanza depositata la scorsa estate, contro la quale è stato opposto reclamo, che però è stato dichiarato inammissibile. In sostanza, la Repubblica dell’Iraq, ma anche l’Unicredit che è intervenuto nel procedimento civile, hanno provato a inserire in questa causa civile, il fatto nuovo intervenuto nel processo penale a Torino, dove i giudici hanno, per l’affaire Iraq, condannato in primo grado Paolo Dazzi, la moglie ed ex giudice onorario Laura Donatiello, e gli avvocati Giancarlo Lattanzi e Rinaldo Reboa. La Server Plus nel luglio del 2003 prima fu autorizzata a farsi cedere dal fallimento Dazzi il credito con l’Iraq poi, con la sentenza numero 800, ottenne il pagamento di 10 milioni di dollari, più gli interessi legali, oltre al 13 per cento della commessa da 50 milioni. La causa intentata dall’Iraq punta proprio a sospendere l’esecuzione della sentenza numero 800 del 2003, depositata il 15 ottobre del 2003. Il giudice ritiene però che, ad oggi, non ci siano le condizioni per la sospensione di quella sentenza, di cui comunque si discuterà nel merito del processo civile la cui prima udienza è fissata per il prossimo gennaio. Non è automatico che le decisioni, peraltro solo in primo grado, del processo penale entrino nel civile, e comunque, dall’accusa di aver formato falsamente il contratto con l’Iraq, i quattro imputati sono stati assolti. Insomma, il pagamento milionario deve andare avanti.

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