Proteste
Rigoni al Governo «No al traforo»
MASSA. Il caso del traforo del monte Tambura torna in Parlamento. E’ il deputato di zona Andrea Rigoni (Pd) ad interrogare il Governo per chiedere una presa di posizione rispetto al progetto da 542...
MASSA. Il caso del traforo del monte Tambura torna in Parlamento.
E’ il deputato di zona Andrea Rigoni (Pd) ad interrogare il Governo per chiedere una presa di posizione rispetto al progetto da 542 milioni per il collegamento di Vagli, in Garafagnana, con la via dei Marmi di Carrara vicino a Colonnata. Il tutto, una strada di 21 chilometri, con il traforo del Tambura e la realizzazione di alcuni viadotti.
Uno scempio per le associazioni ambientaliste e per il Comune di Massa, mentre il sindaco di Carrara Angelo Zubbani è apparso possibilista. Il progetto di massima ha ricevuto il via libera dall’Anas, quanto basta per riaccendere un dibattito nato decenni fa e mai sopito.
Rigoni chiede al governo di fare chiarezza sul progetto e soprattutto sulla tutela del territorio delle Alpi Apuane. Il deputato ricorda infatti , tra le altre cose, che sotto il Tambura c’è uno dei più grandi bacini idrici della Toscana che rifornisce direttamente l’acquedotto di Massa, che la natura delle montagne apuane è carsica e che quindi il rischio di un dissesto del sottosuolo è una certezza. Senza contare, rileva ancora Rigoni, che il traforo spunta sul versante di Forno Resceto, zona a rischio idrogeologico e dove il governo ha finanaziato il ripristino di frane: figuriamoci se è terreno adatto ad un viadotto.
Intanto a Carrara si è costituito un comitato «No al traforo della Tambura» che ha anche un gruppo facebook.
«Più di 50 persone si sono riunite nei giorni scorsi nella sede dell’Arci di Carrara - informa il comitato – per dire no ad un’opera faraonica che se realizzata otterrà l’unico obiettivo di uccidere le nostre già martoriate Apuane. Le iniziative che il gruppo diffonderà saranno indirizzate a sensibilizzare la popolazione, politici e istituzioni, affinchè il traforo della Tambuta, così come altra opera di questo genere, sia cancellata dalla nostra cultura e dalle agende politiche».
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