Il Tirreno

Iglom e Bario, due gioielli bloccati dalla burocrazia

di Claudio Figaia
Iglom e Bario, due gioielli bloccati dalla burocrazia

Progetti di ampliamento fermi da anni perché i piani di bonifica vanno a rilento Al ministero due funzionari per 27 Sin e decisioni rinviate di anno in anno

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MASSA. «Chi, come me, ha un’azienda in un Sin, sito di bonifica di interesse nazionale gestito dal ministero dell’Ambiente può scordarsi crescita e sviluppo». Esordisce così Emilio Ricci, titolare dalla Iglom, in un intervento apparso mercoledì scorso con ampio risalto su Il Sole 24 Ore. Un’appassionata e indignata denuncia di come la burocrazia metta in crisi le aziende, quella dell’ex presidente di Assindustria di Massa Carrara. Che ha l’effetto di riportare al centro dell’attenzione la questione delle bonifiche nella nostra zona industriale e di ottenere una immediata risposta dal presidente della Regione Enrico Rossi (vedi articolo sotto). “Stia tranquillo l’ingegner Ricci – dice in sostanza il governatore della Toscana – entro fine dell’anno le competenze sulle aree Sin passeranno dal ministero alla Regione, e noi sapremo dare risposte certe e celeri”.

«Sono tre anni che ho fatto i carotaggi per la caratterizzazione del terreno – racconta il titolare della Iglom al quotidiano della Confindustria – e siccome ho trovato un pezzettino di amianto a un metro e mezzo sotto terra sono entrato in un girone infernale fatto di richieste del ministero, contro le quali ho fatto ricorso al Tar, e di attese infinite. Basta pensare che la penultima Conferenza dei servizi per il Sin di Massa è stata indetta nel gennaio 2011 e quella successiva è stata fatta l'estate scorsa, a distanza di un anno e mezzo: nel frattempo le aziende cosa devono fare? Ho chiesto appuntamento al dirigente ministeriale a marzo, sono ancora in attesa di una risposta».

Per l’ingegner Ricci il Sin deve essere un vero incubo. La sua Iglom – 60 dipendenti, 10 milioni di fatturato – è una delle poche aziende che non sente la crisi. Anzi, è in crescita. Alto livello di automazione e flessibilità operativa hanno consentito all’azienda di imporsi nel settore della miscelazione, riempimento, produzione e dello stoccaggio di oli e grassi minerali lubrificanti per conto di terzi. I suoi clienti sono Esso, Total, Eni, British Petroleum e le commesse in aumento. Per questo la ditta ha bisogno di raddoppiare lo stabilimento. E per questo ha individuato un terreno nel comparto Solvay. Solo che quell’area è opzionata da un altro imprenditore e il proprietario non riesce a ottenere la restituzione agli usi legittimi del suolo. E in più, anche quell’area fa parte del Sin. Risultato: l’ampliamento di Iglom resta al palo. Con tanti saluti alla crescita del territorio e a eventuali nuovi posti di lavoro.

Iglom, d’altra parte, non è sola. Ci sono decine di altre aziende che non riescono a investire sul territorio perché paralizzate” dal Sin. Fra queste la stessa Bario e Derivati del gruppo Solvay. Che ha un progetto di ampliamento che prevede un investimento dell’ordine dei 16 milioni. Anche Bario è un’industria che non conosce crisi. 120 dipendenti di cui una trentina (quasi un record) laureati in chimica o ingegneria, l’azienda produce titanato e carbonato di bario e altri materiali chimici che sono componenti base di prodotti industriali di vario tipo. Vengono utilizzati nella produzione di vernici per auto, nei dentifrici, nella componentistica elettronica. IPad, IPhone, smartphone e pc di vari altri marchi hanno un “cuore” made in Massa, fatto con materiali prodotti dalla Bario. Ebbene anche l’ampliamento di questa azienda “gioiello” è fermo.

Il nodo, dice Giuseppe Baccioli, presidente dell’Assindustria apuana, è la burocrazia. «Per avviare nuove attività in area Sin occorre presentare un piano di caratterizzazione, sottoporlo al ministero che lo approva e indica gli interventi da fare. Poi, una volta eseguito il progetto, occorre un nuovo passaggio. Ora i Sin sono 27 in Italia e i funzionari del ministero che si occupano di esso sono due, di cui uno precario. Il risultato è che la conferenza dei servizi che deve far procedere le bonifiche si riunisce una volta all’anno se va bene. Come si può fare impresa così?»

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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