Gioco
Pianeta caccia: i Lupi di Poveromo nel segno di Alberto
Una lunga storia di amicizia e di legami nati fra i boschi Un memorial e un trofeo dedicati a chi non c’è più
CARRARA. La battuta del 93’ è entrata nella storia. C’è una zona, vicino ai boschi sopra Antona, che gli abitanti chiamano “La Cecenia” in onore di quella battuta che è rimasta epica: 11 cinghiali abbattuti su 12. La cacciata più fortunata e rumorosa di sempre. E non è difficile capire perché oggi si chiami ancora così.
Se la ricordano bene “I Lupi di Poveromo” (71 iscritti), squadra numero 32 del distretto 1 dell’Ambito Territoriale di Caccia (che non mancano di raccontarla, raccontarla e raccontarla nelle epiche serate dopo-battuta).
Poi c’è la storia del “Chiavaccio”, l’aneddoto forse più divertente, quello che racconti per ricordare un amico che non c’è più e che lo ha visto protagonista. Quella volta la sua celebre “Chiusura a chiavaccio” non ha funzionato: «Sono passati da tutte le parti – racconta Sergio Sbrana, agente della Guardia di Finanza e vice capo squadra dei Lupi – e non abbiamo sparato nemmeno un colpo. E pensare che da lì, dove c’era Alberto, non doveva passarci nemmeno un ago. Ci divertiamo ancora a raccontarlo e usiamo quell’espressione per dire esattamente il contrario». E di Alberto, la squadra 32, ne ha avuti e continuati ad averne diversi lungo il suo percorso di battute, appostamenti e prelevamenti.
Alberto Cibò, l’amico che non c’è più e che ha lasciato un vuoto grande tanto da volerlo colmare con un Memorial a lui dedicato.
Un nome speciale che racchiude la passione per la caccia ed il legame tra passato e presente. «E’ un nome impresso a caldo nella nostra squadra – ricorda Sbrana – un nome che ci accompagna in ogni battuta, che ci portiamo dentro. C’è sempre un Alberto».
I Lupi sono anche la squadra di Elia Mochi, l’altro amico cacciatore che se n’è andato e che i lupi ricordano con un trofeo. Sbrana è la memoria storica dei Lupi, quello che tiene le fila con gli uffici, mantiene i contatti con gli uffici dell’Atc13, gestisce il gruppo.
Ex campione di vela con in bacheca due titoli mondiali, due europei e molti altri trofei internazionali tanto per capire il profilo, Sergio ha ereditato la passione per la caccia dal padre. E’ nato in mare dove i suoi genitori ancora oggi gestiscono uno stabilimento balneare a Marina di Massa (il bagno Sayonara), ma ama i boschi.
«Una volta si andava a caccia di colombacci e fagiani – ricorda ancora – poi mi sono appassionato ai cani e da lì alla caccia al cinghiale insieme a Pucciarelli. Io e mio padre abbiamo cacciato insieme. Insieme abbiamo condiviso l’esperienza della quadra della Stradella, poi sono nati i Lupi. E’ la nostra squadra».
Se Sbrana è il collante, l’anima dei Lupi è quella di Pucciarelli. E’ lui il fondatore. «Se non ci fosse stato lui – precisa – i Lupi non si esisterebbero oggi. E’ il nostro caposquadra, l’uomo di carisma». Anche Sbrana, come molti canai, esibisce il suo patrimonio a quattro zampe: «Ho 22 cani, tra cui esemplari di segugio del Bruno Del Giura, una razza molto particolare. Vado a caccia non per sparare ma per i miei cani. Mi piace portarli nel boschi, vederli in azione».
La squadra dei Lupi, oltre che di storia e storie, è generosa di personaggi dove il “nick name” sostituisce il nome di battesimo. Sono vicende, particolarità fisiche, capacità o divertenti aneddoti, a costruire nuove figure. C’è “K1” Giorgio Pucciarelli, il capo squadra, che si è guadagnato il suo soprannome grazie alla sua mole, e “Gommone”, alias Franco Vignali, detto anche il “padellatore”. Vignali, ex campione di tiro al piattello, ha vinto per tre anni consecutivi “la padella”, il premio – si fa per dire – che va al padellatore della squadra. In pratica era bravissimo a centrare i piattelli nelle competizioni nazionali ed internazionali, meno – a quanto pare - i cinghiali nei boschi.
Ma c’è anche il “Cecchino”, quello che non sbaglia un colpo, l’alter-ego del padellatore: è Libero Ciregia. Dicono che sia infallibile. «Solo una volta – racconta ancora Sbrana – si è smentito. Noi gli ricordiamo sempre quella volta…». “Carambola” invece, alias Daniele Cherubini, perde l’equilibrio e cade nel bosco con facilità. «E’ più le volte che cade – racconta - che quelle che resta a terra». All’appello manca Abetella: «Mi chiamano così – ride il finanziere con la passione per la caccia - perché sono altro 1,92 centimetri e sono magro».
Il sempre presente è invece Alberto Alberti, 75 anni, il veterano del gruppo ed il più anziano con i suoi 18 anni di servizio; a portarlo sulla strada della caccia al cinghiale è stato il nipote. Ma sono anche una squadra di giovanissimi i Lupi. Manegli Bici, 18 anni, emigrato dall’Albania con il padre quando aveva 7 anni, ha un futuro da canaio. La scorsa settimana è stata la sua prima battuta da cacciatore e per i 18 anni gli hanno regalato un cane. Così come per Damiano Folini, 24 anni, anche lui appassionato di cani. La vita nei boschi, ad inseguire cinghiali, è iniziata appena un anno fa.
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