Così l’integrazione passa anche dai consultori
CARRARA. “Conoscere per migliorare”, come orientare ed accompagnare le donne straniere al consultorio. Di questo si è trattato al convegno organizzato dalla Asl1 in Comune. Un grosso lavoro, quello...
CARRARA. “Conoscere per migliorare”, come orientare ed accompagnare le donne straniere al consultorio. Di questo si è trattato al convegno organizzato dalla Asl1 in Comune. Un grosso lavoro, quello svolto nei consultori negli ultimi anni, i nuovi movimenti migratori hanno fatto emergere la necessità di agevolare l’accesso delle donne straniere ai servizi. Ma con quali metodi? «Sicuramente attraverso la formazione degli operatori - afferma la dottoressa Donatella Romagna, responsabile Attività consultoriale della Zona delle Apuane - per rapportarsi con donne provenienti da culture diverse è necessario acquisire un metodo d’approccio nuovo e diverso, a seconda che si abbia a che fare con una donna asiatica o con un’araba ad esempio». Si è parlato di integrazione certo, ma tentando di chiarirne bene il senso: «La buona integrazione - si è affermato dal consultorio - non dovrebbe assomigliare a un frullato, bensì ad una macedonia, in cui è possibile gustare tutti i frutti insieme identificando il sapore di ognuno per salvaguardarne le differenze».
Attivamente hanno partecipato molte associazioni create e gestite anche da immigrati, a livello locale Casa Betania, El Khandil, Cittadini del Mondo e Daciada, a livello regionale, il primo interlocutore è l’associazione di donne “Nosotras”. Per le madri immigrate i problemi registrati sono legati alla mancanza di una rete familiare e di luoghi di aggregazione: «Oggi poi c’è un nuovo grosso problema - afferma Laila Abi Ahmed, responsabile di “Nosotras” - noi abbiamo costituito una tipologia di migranti in cui i nostri figli non si riconoscono perché di fatto loro, nati in Italia, contornati da amici italiani, non sono migranti». È la cosiddetta “seconda generazione” insomma, quella cui in Italia dobbiamo ancora abituarci, ma che altri Paesi europei conoscono bene, con tutte le sue problematiche di un’identità che vuol essere riconosciuta e che spesso stenta a riconoscersi essa stessa. Ma cosa significa, per i migranti collaborare insieme, pur provenendo da realtà tanto diverse? «Non è sempre facile - afferma Abi Ahmed - ma è anche molto interessante, anche noi dell’associazione spesso discutiamo e non ci troviamo d’accordo, abbiamo punti di vista diversi che alla fine non cambiano, ma è bellissimo vedere come, alla conclusione di uno “scontro”, ci ritroviamo tutte insieme ad affrontare quei problemi che ci accomunano». E una campagna cui Abi Ahmed tiene particolarmente è quella che tutte insieme hanno sostenuto riguardo alla contraccezione: «Ci siamo domandate come fare per evitare le interruzioni di gravidanza in aumento - afferma - e abbiamo pensato che il modo migliore fosse entrare all’interno della vita delle diverse comunità, così abbiamo fatto: siamo entrate nelle chiese ortodosse, nelle moschee, nei templi buddisti, abbiamo condiviso i momenti di festa e abbiamo proceduto non solo ad informare ma anche a distribuire materiale utile alla contraccezione. Ha funzionato e ne siamo felici perché significa offrire alle donne un’arma in più per conquistare una propria indipendenza.
Barbara Monaco
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