Sicurezza
Quelle quattro pagine che ci costano 4 milioni
Pubblichiamo l’originale dell’editto di Maria Teresa sui beni estimati, diventati beni privati: secondo gli esperti, un gigantesco equivoco
CARRARA. Un milione a pagina, euro più euro meno. Ecco quanto fa risparmiare, a un folto gruppo di imprenditori carraresi, l’editto di Maria Teresa Cybo Malaspina del 1º febbraio del 1751. Per toglierci la curiosità, siamo andati all’Archivio di Stato di Massa, per vedere come fosse fatto questo terribile editto che - secondo l’interpretazione decisamente più benevola verso gli imprenditori e più negativa per i cittadini - avrebbe (come sappiamo il condizionale è molto d’obbligo) concesso a coloro che avevano già iscritto all’estimo da oltre vent’anni (quindi da prima del 1731...) le cave “allibrate”, il fatto che queste non potessero essere rivendicate dalla vicinanza - in senso lato, dal Comune - non altrimenti che “se a favore dei possessori medesimi militasse l’immemorabile, o la centenaria, o concorresse a pro loro un titolo il legittimo che immaginare si possa”. L’editto si trova nel volume numero 62, dei bandi di Carrara: è una pagellina, quattro pagine.
Una curiosità: l’editto successivo a quello delle cave porta la data del 10 febbraio del 1751, e con quello Maria Teresa Cybo Malaspina, Duchessa di Massa, Principessa di Carrara e Principessa ereditaria di Modena, metteva una taglia sugli insigni banditi Giuseppe Antonio Camorani, detto Pantò, e Giambattista Manfredi detto Zarìa: 100 scudi per chi li avesse ammazzati, 120 per chi li avesse consegnati vivi e, se per caso a catturarli o ucciderli fosse stato un bandito, quest’ultimo avrebbe ottenuto la grazia. Insomma, i bandi si occupavano di tutto e di più: la vita di una comunità. C’è il bando che impone di legare i cani alla catena, c’è il bando che fissa le tasse per il commercio.
Il punto base, su cui si fondano tutti i dubbi sulla legittimità di considerare - come è stato fatto nei secoli e lo si fa tuttora - i beni estimati alla stregua di proprietà private, è essenzialmente uno: poteva Maria Teresa Cybo Malaspina legiferare “espropriando” le vicinanze, cioè il Comune? E quindi, il privilegio assegnato ai proprietari di cave allibrate è un titolo di proprietà in grado di reggere per quasi tre secoli, oppure è tutto un gigantesco equivoco, che costa alle casse comunali circa quattro milioni di euro l’anno?
Lo scriveva fin dal 1956 l’avvocato Cesare Piccioli, massimi esperto delle cave di Carrara, nel libro “Gli agri marmiferi del Comune di Carrara”, edito fra i quaderni della Camera di Commercio, e lo ribadiva lo stesso Piccioli, 33 anni dopo, nel parere sui beni estimati, rilasciato quasi in contemporanea con gli altri grandi esperti professor Battistoni Ferrara e professor Barile (tutti pareri lasciati nel dimenticatoio, ad oggi). Da un lato, spiegava l’avvovato Piccioli, nell’editto non si parla di passaggio di proprietà, ma si fa divieto alla vicinanza di proporre azioni di rivendica; non solo - aggiungeva, al pari di quanto faranno Battistoni Ferrara e Barile - un principe, feudatario dell’impero, non poteva spossessare una collettività di suoi diritti quesiti su agri comunitari, perché i diritti degli enti minori erano riconosciuti dal diritto imperiale, in contrapposizione al diritto del feudo. Già, ma allora perché sono sopravvissuti fino a oggi, fra l’altro allargandosi a dismisura e senza certezza che gli attuali beni estimati corrispondessero a quelli del 1731?
Più volte i politici hanno ripetuto che magari in sinergia con la Regione cercheranno di cancellare questa anomalia, ma a leggere i pareri dei più grandi esperti di cave, di fatto, sarebbero già superati. Potrebbe bastare addirittura una modifica del regolamento degli agri marmiferi, perché comunque la sentenza della Corte Costituzionale del 1995 ha già annullato le Leggi Estensi. E in più, risalire con precisione ai “beni estimati” primigeni, a quelli del 1731, è difficilissimo.
Fatto sta che da pochi livelli, siamo arrivati ormai a beni estimati estesi a 52 cave su 81, otto completamente beni estimati, e alcune delle più pregiate. Il canone di concessione - 8 per cento sul valore del marmo, attribuito dal Comune - si riduce drasticamente: zero (per le cave tutte in regime di bene estimato) oppure, la percentuale legata ai mappali non in regime di agro marmifero comunale.
Come avevamo scritto nelle scorse settimane, ci sono anche casi eclatanti, come le cave dei Bettogli (la Bettogli B di Franchi-Soldati, per ogni tonnellata risparmia 32,62 euro, la Bettogli zona mossa della ditta Vanelli 32 euro), altri meno, ma il danno è presto fatto: circa quattro milioni. Il canone di concessione previsto per il 2012 è di 6 milioni e 100mila euro, quello legato alla legge 78-98 di 6.050mila euro (il 5 per cento del valore attribuito a tutto il marmo carrarese, 121 milioni di euro). Ma, appunto, fra i beni estimati ci sono alcune delle cave più pregiate, e indicativamente all’appello mancano circa 4 milioni. Per quattro pagine del 1º Febbraio 1751...
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