Finanza
«Non fu overdose Papà si è suicidato»
Il racconto del figlio dell’uomo trovato morto in un albergo «Uscito dal carcere i servizi sociali lo avevano abbandonato»
MASSA. «Mio padre non è morto per overdose, si è iniettato l’eroina con l’intento di togliersi la vita perché i servizi sociali gli avevano detto che avrebbe dovuto lasciare l’albergo dove lo avevano messo provvisoriamente». A parlare è il figlio di Andrea Bianchini, l’uomo di 43 anni trovato senza vita una settimana fa in un hotel del centro di Massa (vedi box sotto). Il ragazzo, il quale chiede che il suo nome non venga pubblicato, ha 23 anni e vive con la madre da quando ha iniziato le scuole elementari. «I miei si sono lasciati. Mio papà ha avuto dei problemi con la giustizia e io ho perso i contatti con lui. Li avevo riallacciati un anno e mezzo fa. Eravamo diventati amici, lo controllavo e controllavo i suoi soldi. Sono sicuro che non si drogava più. Ed è per questo che dico con estrema sicurezza che lui quell’overdose se l’è provocata di proposito». E aggiunge: «Del resto è come se lo Stato lo avesse costretto a togliere il disturbo».
Ecco perché, secondo il ventitreenne: «Il 22 agosto è uscito dal carcere. I servizi sociali, visto che lui era senza fissa dimora gli hanno dato una stanza in un hotel. La divideva con altri ex carcerati. Doveva restarci finché non avrebbe trovato un impiego, gli avevano promesso una sistemazione in qualche ente pubblico con una borsa lavoro. Invece...».
Invece un paio di giorni prima della morte di Andrea i servizi sociali gli danno l’ultimatum: il 4 ottobre (ieri, ndr) via dall’albergo. «Si è sentito perduto - incalza il figlio -. Noi ci vedevamo nei fine settimana, perché io ho un lavoro e non ho tanto tempo libero. Lui mi ha chiamato, l’ho sentito strano. Voleva dirmi una cosa, gli ho chiesto di aspettare fino al sabato successivo. Ma è arrivata prima la notizia del suo decesso».
Il giovane ce l’ha un po’ con tutti. A partire dai servizi sociali: «Lo hanno lasciato da solo. Senza casa e senza lavoro. Lui era un bravo falegname. In carcere si era anche infortunato e aveva perso due dita della mano destra. L’assicurazione doveva dargli un sacco di soldi, invece alla fine è riuscito a strappare poco più di quattromila euro. Può sembrare poco, ma per lui era tanto. Un piccolo gruzzoletto per dare il via a un’attività. Gli sarebbe piaciuto commerciare argento dall’India. Ma quei soldi non gli sono ancora arrivati. E a questo punto non arriveranno mai più».
Uno sfogo di un figlio che vuole cancellare l’ultima menzogna su un padre sfortunato: «Gli errori li ha fatti - conclude -, non sono qui per dire che era un santo. Ma forse con un pizzico di aiuto in più sarebbe riuscito a reinserirsi nella società. Invece è finito in una bara».
Ieri mattina il corteo funebre è partito dall’obitorio di Massa e lentamente è arrivato al cimitero. Davanti a tutti un ragazzo con tanto orgoglio: «Scrivete che mio padre non è morto perché ha sbagliato la dose. Scrivete che mio padre si è tolto la vita perché è stato lasciato solo. Come non si dovrebbe fare con nessuno, come non si dovrebbe fare mai».
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