Il dolore
Scienza e fede divise sul caso di Denise
Medico e sacerdote a confronto per spiegare la malattia e la cura della sedicenne “miracolata”. Il vescovo intanto tace
CARRARA. Potenza della fede o regressione spontanea. Maleficio o comune infiammazione. Miracolo o suggestione. La vicenda di Denise Pucci, 16 anni, di Gragnana, guarita d’improvviso dal morbo di Crohn dopo due anni di calvario grazie alla preghiera e all’incontro con un sacerdote “speciale”, don Beppino Cò, ha destato scalpore e solleva comprensibilmente degli interrogativi. Perché se Denise, la sua famiglia e don Beppino non hanno dubbi e attribuiscono la malattia a un “male malefico” e la guarigione alla intercessione della Madonna, il mondo laico non si accontenta di bollare l’apparentemente inspiegabile come “miracoloso”.
Con l’aiuto di Iginio Dell’Amico, responsabile del servizio di gastroenterologia ed endoscopia digestiva dell’ospedale di Pontremoli, ripercorriamo la vicenda dal doppio punto di vista, della tonaca e del camice.
La causa 1: «un maleficio». Secondo don Beppino Cò Denise sarebbe stata vittima di un male malefico, una sorta di fattura. «Denise stava male non appena si avvicinava al sacro – spiega don Beppino – quando pregavamo vomitava e si rotolava a terra. Perciò abbiamo capito che non era una semplice malattia. Lei ricorda di aver bevuto una bevanda che era stata evidentemente maleficiata». Nessun veleno, spiega il sacerdote, «ma un rito a cui è stata sottoposta la bevanda.
La causa 2: «infiammazione». Diverso il giudizio dei medici. «Premetto che il morbo di Crohn ha una diagnosi difficile da fare e bisogna vedere come è stato diagnosticato a questa ragazza. A volte lo si confonde con malattie funzionali come l’intestino irritabile», spiega Dell’Amico. «È una malattia infiammatoria cronica intestinale che interessa il sistema immunitario. La scatena un’infezione che crea una reazione alle cellule della mucosa intestinale. Quando si ha un’infezione viene la diarrea; nel morbo di Crohn le cellule, dopo aver espulso l’agente infettante, non rientrano, per così dire, “alla base” e fanno continuare la diarrea».
La cura 1: preghiera e visione. Denise ha sofferto per due anni arrivando a prendere 10 pasticche al giorno. «Quando è venuta da me mangiava qualche grissino e poco più», spiega don Beppino. Denise lo ha incontrato al santurio dei Quercioli, ma già da qualche tempo si era riavvicinata alla fede e aveva anche fatto un viaggio a Medjugorie. «L’ho portata nel ritiro a Pietralba, in provincia di Bolzano, dove predico a 1.500 metri – spiega don Beppino – abbiamo pregato». Il 12 luglio don Beppino invoca la Madonna e ne ha una visione. «Quella sera Denise ha vomitato quello che chiamiamo plancton, una schiuma bianca, ed è stata meglio». È la prima volta dopo 2 anni.
La cura 2: cortisone e no stress. «La malattia si tratta con cortisone o immunosoppressivi – spiega Dell’Amico – e aiuta molto anche la condizione psicologica: il sistema immunitario è fortemente condizionato dal cervello». Anche se la malattia non guarisce, può avere tempi lunghi di remissione e forse Denise è in questa fase. «I sintomi – conclude il medico – possono scomparire anche 4-5 giorni dopo la terapia».
La curia tace. Il vescovo, Giovanni Santucci, fa sapere per bocca del suo portavoce che «al momento non ha intenzione di rilasciare una dichiarazione ufficiale sull’episodio».
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