Proteste
Allarme dall'Opa: il punto nascita non va trasferito
Il cardiochirurgo Bruno Murzi lancia un appello per la revisione dell'organizzazione sanitaria prevista per il 2014
MASSA. C’è un corridoio al confine tra la vita e la morte, un limbo che attraversarlo è una manciata di passi. I neonati appena venuti al mondo lo percorrono in pochi minuti per raggiungere, all’altro capo, la sala operatoria. Infagottati nelle culle spinte dalle mani solerti delle infermiere, la loro è una corsa verso la vita per chi la vita l’ha appena respirata e rischia di perderla. Quella corsa potrebbe presto diventare una maratona se, come è previsto, tra due anni quel passaggio chiuderà e la corsa verso la sala operatoria si allungherà di dieci chilometri.
Stiamo parlando del corridoio che unisce l’Ospedale pediatrico apuano “G. Pasquinucci” della Fondazione Toscana Monasterio al Dipartimento materno infantile dell’Asl 1 di Massa. Il dipartimento ospita il punto nascite; l’Opa è una delle eccellenze mondiali nel trattamento delle patologie cardiache nei bambini e anche negli adulti. Puerpere da tutta Italia e dall’estero, al cui figlio non ancora nato è stata diagnosticata una patologia, vengono qui a partorire, in via Aurelia sud a Massa, perché sanno che qui il loro piccolo può essere trattato nel giro di pochi minuti. Basta passare un corridoio. Dei 13 centri d’eccellenza nella cardiochirurgia in Italia succede qui e in unico altro centro italiano, il Gaslini di Genova. Neppure al Meyer a Firenze, “concorrente” toscano dell’Opa, c’è un centro nascite interno alla struttura.
Nel 2014, però, il punto nascite dell’Asl sarà traslocato, come tutta la sanità apuana, all’Ospedale unico apuano, la nuova struttura ancora in costruzione in via Mattei, a quasi dieci chilometri da qui. I neonati che hanno bisogno di interventi urgenti andranno caricati sull’ambulanza e dovranno percorrere tutta la città per essere affidati alle mani del chirurgo. In Italia resterebbe un unico ospedale pediatrico d’eccellenza dotato di punto nascita contiguo, l’Opa perderebbe una struttura fondamentale che contribuisce a farne un’eccellenza tra le eccellenze e centinaia di bambini perderebbero l’opportunità di sopravvivere. «Siamo molto preoccupati, il punto nascite qui è fondamentale, toglierlo significherebbe non poter salvare questi bambini», spiega Bruno Murzi, responsabile dell’unità operativa cardiochirurgia pediatrica dell’Opa.
Per capire cos’è e come funziona l’Opa Murzi ci accompagna nel corridoio che unisce il palazzo dell’Opa a quello dell’Asl e da lì alla sala di terapia intensiva. Sette piccole culle collegate a macchinari supertecnologici sono disposte lungo le pareti. Quattro neonati sono ricoverati al momento: i corpicini attaccati a fili e sonde colorati, un grosso cerotto sul petto cela la cicatrice della recente operazione al cuore; 25 infermieri, a turno, si occupano di loro.
Fino a poco fa qui era ricoverata anche M., la bambina dal cuore grande come una mandorla operata a metà luglio nonostante alla nascita pesasse un chilo e due. L’intervento l’ha eseguito Murzi, ottavo chirurgo al mondo e primo in Italia ad effettuare un’operazione del genere. «Spostare un neonato di un un chilo e 2 per operarlo – spiega – è una cosa rischiosa sul serio. Se siamo un centro di eccellenza non è solo perché il cardiochirurgo è bravo, ma perché c’è una struttura dietro».
Dal 2011 ad oggi l’Opa ha eseguito 400 interventi, registrando un solo decesso. «Siamo in grado di sapere se un bambino ha una cardiopatia congenita intorno alla ventesima settimana di gravidanza – spiega Murzi – e possiamo dire ai medici se è il caso di farlo nascere in un ambiente protetto. I nostri neonatologi assistono al parto, prendono il bimbo, attraversano il corridoio, lo portano in terapia intensiva e poi lo operiamo».
Comprendere le ragioni che portano a sottrarre a un centro d’eccellenza come l’Opa una struttura così fondamentale al suo funzionamento è difficile. Per capire perché il centro nascite deve rimanere qui, invece, basta tendere l’orecchio al respiro impercettibile di quei neonati che alla fine del corridoio sono di nuovo tornati alla vita.
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