Attenzione
«Vogliamo che ritorni a casa ma è presto per festeggiare»
LIVORNO. «Saremo felici quando riporteremo nostra figlia a casa, a Livorno. Per il momento è ancora troppo presto per festeggiare. È vero che i medici ci dicono che le cose stanno migliorando, che l’i...
LIVORNO. «Saremo felici quando riporteremo nostra figlia a casa, a Livorno. Per il momento è ancora troppo presto per festeggiare. È vero che i medici ci dicono che le cose stanno migliorando, che l’intervento al cuore è riuscito. Ma riusciremo a rilassarci davvero quando lasceremo tutti e tre insieme l’ospedale pediatrico apuano».
Il babbo della piccola M., la bambina con il cuore bonsai operata a Massa il mese scorso per una malformazione rarissima quanto l’intervento al quale è stata sottoposta, è appena arrivato nel reparto dove la figlia è ricoverata. Ogni giorno dopo il lavoro, è impiegato in uno degli hotel più conosciuti della città sale in macchina e da Livorno punta verso le apuane. «Adesso sto guidando mi chiami tra un po’».
L’odissea dei due giovani genitori, entrambi hanno 24 anni, è iniziata all’inizio di giugno quando la gravidanza era al settimo mese.
«Avevamo fatto gli esami di routine a Livorno - spiega il padre a Repubblica - e dopo la traslucenza nucale ci hanno suggerito un controllo all’Opa. Il medico aveva visto che qualcosa non andava e ha dato un consiglio, senza mettere niente nero su bianco. Per fortuna che noi abbiamo deciso di venire».
Gli esami hanno rivelato la trasposizione dei grandi vasi, un problema affrontato spesso dalla cardiochirurgia del centro del Cnr e della Regione.
I medici hanno provato a far arrivare la gravidanza alla sua naturale conclusione, ma la bambina – spiegano – non cresceva, così si è deciso per il cesareo. La piccola è nata al settimo mese di appena un chilo e due. Era il 6 giugno, giorno del transito di Venere davanti al Sole.
La piccola è stata tenuta in rianimazione perché crescesse un po’, di un paio di etti, e il 16 luglio si è deciso di entrare in sala. Il suo cuore era così piccolo che non era possibile intervenire senza togliere i tubicini che permettono la circolazione extracorporea. E così è stata usata una tecnica che prevede di raffreddare il sangue del paziente, per abbassare la temperatura fino a 18 gradi, e poi di toglierlo.
«La circolazione – spiegano gli esperti – viene bloccata senza provocare danni alle cellule cerebrali». È in questo modo che il chirurgo ha potuto invertire le arterie del cuore e dopo venti minuti la piccola è stata attaccata di nuovo alle macchine. Dopo è rimasta oltre un mese in rianimazione. «L’abbiamo abbracciata per la prima volta lunedì scorso dice il padre - Una grande emozione. Abbiamo passato momenti molto difficili ma il personale dell’Opa è stato disponibile e umano ben al di là dei doveri professionali». (f.l.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google