Il dolore
Neonata col cuore bonsai salvata all’Opa
Primo intervento in Italia (8º al mondo) su una bimba di un chilo e mezzo con coronarie da 1 mm. Dimessa fra 10 giorni
MASSA. In tutto il mondo solo altri sette neonati di appena un chilo e mezzo erano stati sottoposti a questo delicatissimo intervento prima di lei e le statistiche non erano consolanti: la metà di loro non ce l’aveva fatta. Quella bambina, M., ancora nella pancia della mamma, era addirittura più piccola, appena un chilo e duecento grammi, ma senza l’operazione non poteva sopravvivere. Il suo cuoricino era grande come una mandorla e aveva una grave malformazione: le vene attaccate al posto sbagliato.
Così all’Ospedale pediatrico apuano di Massa hanno deciso di non perdere tempo. Hanno fatto nascere la piccola con due mesi d’anticipo, l’hanno tenuta in rianimazione per farle prendere un paio d’etti e l’hanno operata con un intervento mai effettuato prima in Italia. «Fra una decina di giorni la dimettiamo», spiega il chirurgo Bruno Murzi, responsabile dell’unità operativa cardiochirurgia pediatrica che l’ha operata.
I genitori della bambina, di 24 anni, vivono a Livorno. È qui, scrive La Repubblica, che durante gli esami di routine per la gravidanza i medici si accorgono che qualcosa non va e suggeriscono alla coppia un consulto all’Opa. Dove gli specialisti fanno la diagnosi: trasposizione dei grandi vasi. «Sapevamo della malformazione sei settimane prima della nascita – spiega Murzi –. Di solito operiamo neonati di 3,2 chili; lei ne pesava 1,2. Speravamo crescesse un po’ ma la crescita era compromessa».
Il team che segue la bambina, formato tra gli altri dal neonatologo Ugo Bottone e dalle ecocardiologhe fetali Nadia Assanta e Sabrina Costa, si riunisce per un consulto. I ginecologi sono lapidari: rischiava di morire. La bimba viene dunque fatta nascere con taglio cesareo l’8 giugno ed è subito trasferita in un’incubatrice in terapia intensiva. Per un mese e mezzo resta attaccata a un ventilatore e alimentata col sondino: deve mettere su “ciccia”. «Fortunatamente digeriva bene – spiega il cardiochirurgo – ed è cresciuta».
Quando l’ago della bilancia segna la soglia minima per sopportare l’intervento, si apre la sala operatoria per l’équipe di nove specialisti tra neonatologi, cardiologi, chirurghi, ferrista, l’anestesista Riccardo Moschetti, l’aiuto intervento Stefano Luisi e la cardiologa interventista Isabella Spadoni, guidati da Murzi. Sono le 11.03 del 16 luglio. I medici hanno in mano strumenti insolitamente lillipuziani, a misura dello scricciolo che dovranno salvare. L’operazione consiste nell’interrompere il circolo del sangue, 150 cc in tutto, portare il corpo a 18 gradi, tagliare le vene e riattaccarle al posto giusto, far risalire la temperatura e reinserire il sangue. Usciranno alle 15.50, un’ora meno del previsto.
«Il momento più difficile è stato quando abbiamo tagliato le coronarie di appena un millimetro di diametro – spiega Murzi – e il più bello quando abbiamo tolto la pinza che stringe l’arteria, il sangue è tornato a circolare e il cuore ha ricominciato a battere».
La paziente ha trascorso un mese in rianimazione. «È rimasta 5 giorni con lo sterno aperto e il ventilatore, poi l’abbiamo richiusa, tolto il ventilatore. Ora mangia, cresce, ha superato i 2 chili. Fra dieci giorni, se tutto va bene, tornerà a casa». La piccola dovrà fare controlli periodici. «Ma se tutto va per il verso giusto – spiega Murzi – da grande avrà una vita normale, senza segni visibili. Se lo vorrà, potrà pure giocare a pallone».
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