Il Tirreno

Marmo, solo 13 cave oltre i 150 euro a tonnellata

Marmo, solo 13 cave oltre i 150 euro a tonnellata

La stragrande maggioranza degli 81 siti attivi estrae un prodotto che a malapena riesce a coprire i costi di escavazione e le tariffe comunali

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CARRARA. Delle 81 cave attive del Comune di Carrara, solo 13 hanno un marmo di valore medio superiore ai 150 euro. Valore medio, utilizzato poi per calcolare i canoni relativi alle tariffe comunali. Vediamo le cave fortunate: la n. 10 Calacata (250 euro di media, ditta Guido Fabbricotti); la 17 Ruggetta A (325 euro, ditta Calacata Crestola dei Fratelli Borghini); la 42 Amministrazione (160 euro, di Franco Barattini); la 58 Crestola C (150 euro, Dante Tedeschi export); la 64 La Madonna (160 euro, Cave di Sponda di Pietro Bacciola); la 66 Poggio Silvestre A (200 euro, Poggio Silvestro di Stefano Guadagni e Gualtiero Vanelli); la 67 Bettogli Zona Mossa (400 euro, Vanelli Aldo di Giorgio Vanelli); la 68 Bettogli B (450 euro, Bettogli Marmi, Soldati-Franchi); la 70 Bettogli A (200 euro, Ferdinando Vanelli di Giorgio Vanelli); la 102 Calocara A (400 euro, Gemignani e Vanelli); la 103 Calocara B (400 euro, Fb cave, Brizzi-Mazzi); la 113 Vara (162 euro, Cremomarmi di Ferruccio Corsi); la 120 Belgia C (150 euro, Coop Canalgrande).

Il cinque per cento del valore medio è il canone dovuto sulla base della leggere regionale 78-98, un ulteriore 8% è il canone di concessione legato al regolamento degli agri marmiferi. Ma chi ha una parte di mappale, o tutto, in regime di “beni estimati” - retaggio del 1700 che resiste nonostante la sentenza della Corte Costituzionale del 1995 che ha cancellato le Leggi Estensi - non deve pagare su quelle quote i canoni concessori. L’assessore al marmo Andrea Vannucci si è di nuovo impegnato a riportare in regime di agri marmiferi anche quei mappali, vedremo i tempi. E c’è l’anomalia della mancanza delle concessioni, che dovrebbero essere rinnovate proprio sulla base delle innovazioni storiche introdotte della sentenza del 1995, ma per un motivo o per l’altro, tutto viene sistematicamente rinviato. La cosa singolare che balza agli occhi, nel valore medio attribuito dal Comune al marmo escavato dalle nostre cave, è che - come già avevamo fatto notare sabato scorso - nella capitale mondiale del marmo, si estrae in media un marmo decisamente scarso, che raramente supera i 100 euro la tonnellata di prezzo, e raramente i 150. Parliamo di 150 perché nel bilancio al 31 dicembre 2009, la Marmi Carrara, il colosso del bianco che commercializza oltre 100mila tonnellate, mise nero su bianco che il prezzo medio di vendita dei blocchi era stato di 157 euro la tonnellata. Nel bilancio dell’anno successivo, questa preziosa indicazione era sparita, rimane agli atti quella relativa al 2009. Un dato, quello dei 157 euro di media della Marmi Carrara (che probabilmente sarà cresciuto negli anni, visto che i bilanci 2010 e 2011 sono stati sempre crescenti a volumi più o meno equivalenti) che è un miraggio per ben 68 cave su 81.

Sempre dai dati dei valori medi, resi noti dal Comune di Carrara attraverso la delibera del 16 agosto numero 381, si deduce poi che, sempre come avevamo fatto notare sabato scorso, solo cinque cave possono vantare un marmo che vale dai quattrocento euro in su di media, ma sono delle eccezioni. La stragrande maggioranza escava solamente per pagare i costi vivi della lavorazione e per pagare le tariffe comunali, praticamente non rimane nulla di guadagno.

Anche questo dato è un po’ in contrasto con le statistiche diffuse dalla Internazionale Marmi e Macchine, ad esempio l’export del comprensorio di Massa-Carrara, Lucca e La Spezia con il resto del mondo nel 2011, secondo il quale il prezzo medio del nostro marmo, in blocchi e lastre, era stato di 213 euro la tonnellata. Blocchi e lastre vuol dire sostanzialmente blocchi, perché sempre dal bilancio della Marmi Carrara, il maggior esportatore, si deduce che l’export di lastre è di circa il 10 per cento, e ammettendo che quel 10 per cento di lastre porti un buon valore aggiunto, il valore medio è comunque superiore ai 150 euro la tonnellate. Attenzione, stiamo parlando di blocchi e lastre, non di marmo lavorato, tipologia per la quale il valore aggiunto è ampiamente superiore. Sempre nel 2011, il prezzo medio la tonnellata di marmo lavorato era stato di 1.026 euro. Chiaro che è la filiera a poter dare ricchezza, ma sinceramente, i valori medi del marmo escavato così, sulla base dei vari indicatori che si possono raccogliere dai vari bilanci delle aziende e dalle statistiche, ci sembrano un po’ bassi. Fra l’altro, ma questo è un altro ragionamento, se si aggiungesse 50 euro a tonnellata di valore medio a ciascuna cava, il Comune potrebbe evitare l’addizionale Irpef, che porta nelle casse comunali 5 milioni e 150mila euro. Più o meno, quella cifra è il 10 per cento di 50 milioni di euro di imponibile (le tonnellate escavate sono circa un milione), contando che per alcune cave la tassazione è al 13%, per altre meno per i beni estimati.(m.b.)

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