Il Tirreno

Pellegrini in fila per il Cristo di Canevara

Pellegrini in fila per il Cristo di Canevara

Dopo quattro mesi il volto di Gesù resta attaccato al muro di Sant’Antonio Abate

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Se Cristo si è fermato a Eboli, a Canevara ha deciso di restarci. Sono ormai quattro mesi che quei teli colorati, appesi alla vigilia della festa della Misericordia sopra l’altare della chiesa di Sant’Antonio Abate, fanno vedere - anche a chi non crede - il volto di Gesù. E la piccola frazione è diventata meta di pellegrini. Nella settimana di Ferragosto il registro delle dediche lasciate da chi ha ammirato il volto d’organza è stato riempito. Non si era mai vista una cosa del genere quassù.

Tutti ringraziano il Cristo, anche solo per la sua presenza. C’è chi arriva dalla Liguria, chi dal Lazio e perfino dalla Lombardia. Ci sono poi i parmensi e i reggiani, gente che magari ha come meta la spiaggia ma un salto a vedere il miracolo che hanno letto sui giornali lo fanno. E dicono grazie per le cose più semplici: «Mia moglie è morta dopo tanti mesi di sofferenza, grazie per averci assistito e di essere stato sempre al nostro fianco. Adesso aiutami a far crescere i nostri figli, non sarà semplice ma con te accanto non ho paura di nulla», scrive un uomo con una grafia piuttosto elementare. C’è poi la ragazza che cerca lavoro: «Ho finito la scuola e non so cosa fare. Ho chiesto a tante persone se potevano darmi una mano, ma nessuno si è fatto avanti. Mi affido a te».

Ma c’è pure la gente del posto che è contenta per la buona riuscita della sagra. «Grazie Gesù, quest’anno a Canevara c’erano tantissime persone per Ferragosto. La sagra è stata un successo, il merito è della tua presenza. Stai con noi, ti preghiamo».

Ma i messaggi non sono soltanto sul registro. Così come quattro mesi fa c’è chi accende un cero al Cristo di Sant’Antonio. E lascia dei messaggi sui post it. Quasi sempre chiedono un aiuto, un conforto. Oppure si affidano ciecamente a questa organza che odora d’incenso. E inquieta a ogni passo che si fa verso l’altare. Perché Gesù non abbassa lo sguardo. Ma nonostante l’inquietudine cresce la forza e la voglia di lasciarsi andare. Don Ernesto Zucchini, il parroco, lo aveva detto: «Non è un miracolo, ma è sicuramente un segno». E lo ripete tutte le volte che vede qualcuno inginocchiato verso questa icona della speranza.

Resta da capire come la colla, una semplice colla usata per una decorazione eterea, resista a queste ondate di caldo africano. Ma qui, nella chiesetta di Sant’Antonio Abate, non ci sono Caligola, Nerone o Lucifero che tengano. La fede vale più di un giochetto da meteorologi.

Qui si raccontano le storie delle persone e si prega Cristo per soffrire un po’ meno. E se questo non è già un miracolo, poco ci manca.

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