La manifestazione
Canoni bassi e regolamento vecchio di quasi cent’anni
MASSA. Il Comune di Massa non si è ancora dotato di un regolamento sull’estrazione del marmo, e sì che di tempo ne ha avuto: quasi un secolo. È del 1927 il regio decreto 1443 che permette ai comuni...
MASSA. Il Comune di Massa non si è ancora dotato di un regolamento sull’estrazione del marmo, e sì che di tempo ne ha avuto: quasi un secolo. È del 1927 il regio decreto 1443 che permette ai comuni di Massa e Carrara di scrivere «entro un anno» il regolamento. Altri tempi, si dirà, e infatti all’epoca le cave a Massa erano 80 e 200 le concessioni (Carrara ne aveva 200 e 400 concessioni).
Fino a quel momento a regolare concessioni ed estrazione erano un editto di Maria Teresa del 1751 e la notificazione governatoriale di Francesco V del 1846, le leggi estensi. Tempi in cui il marmo si tagliava a mano e si trasportava con la lizza. Oggi, nell’era delle lame diamantate e dei supertrack, la legge di riferimento è sempre quella dell’epoca delle parrucche, nonostante la Regione abbia emanato le leggi 104/1995 e 78/1998 per far adottare ai Comuni i regolamenti. Solo Carrara l’ha fatto; Massa tace. All’Ufficio cave non nascondono che quella estense, pur vetusta, è una legge inattaccabile: Massa non ha mai dovuto affrontare ricorsi legati alla coltivazione del marmo alla Corte europea mentre Carrara, con il suo regolamento aggiornato, ne ha uno aperto.
Anche il silenzio, però, sa farsi ascoltare, soprattutto se in ballo ci sono i quattrini. A tendere le orecchie è, da due anni, il consigliere comunale Stefano Benedetti che ha presentato due ricorsi-esposti alla Corte dei conti ravvisando un danno per l’ente che, scrive Benedetti, «non ha consentito di spuntare, a favore della collettività, un canone che rispecchi al meglio il valore di mercato del bene offerto».
Il canone è basso, le concessioni in mano sempre ai soliti e l’introito lillipuziano rispetto a quel che potrebbe essere, dice Benedetti. Ma quanto ci guadagna, davvero, il Comune? Nel primo semestre 2012 838.080 euro, così divisi: 495.021 (59%) di canone comunale (pari a 6,6048 euro a tonnellata) da spendere in qualunque capitolo del bilancio; 115.781 euro (14%) di tassa marmi vera e propria da usare solo nella manutenzione delle infrastrutture per le cave, ovvero a esclusivo beneficio delle ditte che ci lavorano; 147.759 euro (18%) tassa sulle scaglie (che varia da 3 a 0,50 euro a tonnellata più Iva a seconda della purezza del detrito) e 79.519 euro (9%) canoni di concessione (0,024768 euro a metro quadro per agro). Insomma, un marmo così esiste solo in questo angolo di pianeta e, in tempi di magra, con i cittadini sottoposti a tassazione senza precedenti, questo bene esclusivo e non delocalizzabile potrebbe davvero essere una miniera d’oro per la collettività. Ai contribuenti il giudizio se sia sfruttato al meglio o no. (f.f.)
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