Sicurezza
Ex dipendente deve pagare 121mila euro
Concesse al figlio di un morto la delega a riscuotere la pensione: entrambi condannati in Cassazione. E ora deve risarcire
CARRARA. Quando quell’uomo sulla quarantina si era presentato nel suo ufficio con la delega a riscuotere la pensione del padre, gli chiese dove fosse l’anziano. Così vuole la regola. «È giù in macchina che aspetta. Sa, è in là con gli anni e invalido», aveva risposto il quarantenne. E così, un po’ per leggerezza, un po’ per pietà verso un vecchio malato, il dipendente Inps aveva dato l’ok.
Peccato che il titolare della pensione non fosse affatto in auto ad aspettare, ma al camposanto da quattro giorni, e quello che il figlio stava mettendo a punto era un piano per riscuotere la pensione del genitore. Un piano andato in porto e che per diversi anni gli ha fruttato oltre 120mila euro. Finché l’istituto non se n’è accorto. Ma, a quel punto, a pagare è stato – ed è tutt’ora – solo quel dipendente che per questa storiaccia ha finito per rimetterci la salute.
La vicenda risale alla fine del 2001. Il 29 dicembre muore Luigi Conti, titolare di una pensione di vecchiaia, una di invalità e una Inail. Il 2 gennaio successivo il figlio, Paolo, classe 1958, si presenta all’Inps di Carrara con una delega alla riscossione firmata col nome del padre. Il dipendente di turno, Fabrizio Lazzeri, carrarino, all’epoca 51 anni, autentica la firma nonostante Luigi non sia presente.
Sennonché, cinque anni dopo, nel gennaio 2007, l’Inps scopre la truffa, trascinando Conti e Lazzeri in tribunale, quest’ultimo per falso ideologico. La vicenda passa tutti e tre i gradi di giudizio con il medesimo verdetto (a parte una riduzione di pena per Conti in appello perché nel frattempo il reato di falso si era estinto per prescrizione). Un giudizio confermato dalla Cassazione lo scorso novembre: per la legge c’è una responsabilità solidale di Conti e Lazzeri ed entrambi devono risarcire l’Inps.
Ma dato che Conti, oltre a 447 euro trattenuti sulla liquidazione della disoccupazione, altri soldi non può restituire, il conto viene spedito a Lazzeri. Che, essendo a quel punto in prepensionamento, si vede prima mettere sotto sequestro cautelativo il Tfr, e poi prelevare un quinto della pensione.
Su un binario parallelo a quello penale, la Corte dei conti apre il procedimento amministrativo e, con sentenza del 16 luglio scorso, pone l’ennesima pietra tombale sulla vicenda: solo Lazzeri deve pagare.
Quella pietra, però, ha parecchie crepe secondo l’avvocato di Lazzeri, Patrizia Baccigalupi, che, oltre al collega Massimiliano Soggia che ha curato la causa in Corte dei conti, ha seguito il dipendente Inps dal primo grado alla Cassazione. «Non ci sono prove della disonestà di Lazzeri – spiega Baccigalupi – e non ci sono prove che abbia toccato un centesimo».
L’avvocato parla di «leggerezza».
Ma la prassi non regolare è finita nel mirino dell’Inps e l’impiegato si è ritrovato al centro della vicenda che lo ha portato di fronte a tre gradi di giudizio. E ora c’è anche la sentenza della Corte dei Conti.
Il legale prosegue: «In ogni caso c’è stato un inadempimento del Comune: per legge deve inviare all’Inps l’aggiornamento sui decessi ogni 30 giorni. In questo caso non l’ha fatto ingigantendo un danno che poteva essere bloccato già a febbraio 2002. Non so se sono stati presi provvedimenti».
«Questa vicenda – conclude – mi suscita una grossa frustrazione: conoscendo l’uomo sono certa della sua buona fede».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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