Sicurezza
«Vi racconto i miei dieci anni con Paolo»
Parla l’educatore del ragazzo autistico che si sta lasciando morire dopo aver perso il sostegno sanitario. Comune all’opera
MASSA. Con lui ha vissuto ogni giorno per dieci anni. Lo andava a prendere a scuola, pranzavano insieme, facevano i compiti insieme, poi il catechismo, le passeggiate, i gelati. Senza saltare un giorno, senza negare un sorriso. “Affido diurno”, in termini burocratici; “amicizia” detto con le parole del cuore. Poi, dall’oggi al domani, più niente. La legge è insindacabile: i ragazzi disabili come Paolo al compimento dei 18 anni non hanno più diritto a un educatore personale ma vanno mandati in istituto. E così il suo angelo custode, l’educatore che per dieci anni gli ha fatto un po’ da fratello, un po’ da mamma, lui che la mamma non ce l’ha più, con il cuore gonfio di lacrime ha dovuto dirgli addio.
Sembra l’inizio di una di quelle favole crudeli dei fratelli Grimm, una storia lacrimevole fatta apposta perché il lieto fine sia ancora più lieto. E invece la storia di Paolo (nome di fantasia), un ragazzo autistico della provincia di Massa, e del suo educatore costretto a non occuparsi più di lui da un meccanismo perverso della legge, è una storia vera. E purtroppo il lieto fine non è scontato.
Paolo, un ragazzone di oltre 90 chili, si è lasciato andare, non reagisce più, non parla, e ha perso la metà del suo peso. La sua storia, portata alla luce ieri dal presidente dell’Aimc, Domenico Ceccotti, che è anche assessore provinciale di Massa-Carrara, ha commosso la città. Una storia che oggi racconta proprio quell’angelo custode che ha seguito Paolo fino a due anni fa e che chiede di rimanere anonimo. «Vorrei che l’attenzione fosse concentrata solo sul ragazzo – spiega – perché il mondo della disabilità e il nostro lavoro sono misconosciuti, ma le famiglie che oggi si trovano in grosse difficoltà sono tante».
Per chi come Paolo è autistico, la presenza di un educatore specializzato è fondamentale. «Stavo con lui circa 5 ore al giorno – spiega l’educatore – gli garantivo una sorta di “normalità” e i risultati erano incoraggianti. È stato perfino una settimana in colonia da solo, un risultato incredibile per un ragazzo con il suo handicap e che dimostra che aveva una disponibilità a migliorare». L’operatore dà al ragazzo tutto se stesso: «La professionalità impone di scindere l’aspetto emotivo dall’assistenza – spiega – ma per questo lavoro devi entrare in contatto emotivo: se non dai qualcosa, è difficile ottenere qualcosa indietro». Anche per questo i protocolli impongono che l’assistenza sia continua. «Le fratture, nei casi di autismo, sono traumatiche», spiega l’educatore.
Eppure a 18 anni la legge mette uno stop: i ragazzi vanno mandati in istituto. Nel caso di Paolo la destinazione doveva essere il centro Anffas, ma lui non ne vuole sapere. E, pur nel suo handicap, ha scelto il modo più atroce per dimostrarlo. «Persone come Paolo non manifestano le emozioni attraverso la comunicazione normale – spiega l’educatore – ma con i gesti. Quando glielo abbiamo detto non ha battuto ciglio, poi è iniziato il dramma».
Paolo rifiuta il cibo, non si muove, non esce più, ha movimenti rallentati. Dei 92 chili che pesava due anni fa ne ha persi 40. E cova in sé un senso di colpa assurdo quanto indicativo della sua sofferenza.
Lo racconta per lui il presidente Ceccotti. «Pensa “io sono cattivo, per questo mi hanno abbandonato di nuovo” – spiega Ceccotti – riferendosi al fatto di aver perso la mamma e di aver passato un periodo in affido a una famiglia». Per questo Ceccotti ha inviato un appello al sindaco di Massa, Roberto Pucci, quale presidente della conferenza dei sindaci che si occupa di programmazione sanitaria, chiedendo che convochi una conferenza di servizi per trovare una soluzione.
«Sarebbe bastato che Ceccotti alzasse il telefono e mi chiamasse – spiega Pucci – invece di rivolgersi ai giornali. Al di là di questo, non ero a conoscenza della vicenda ma mi attiverò per fare tutto quanto in nostro potere per alleviare le sofferenze di questa famiglia».
Intanto il padre del ragazzo ha lasciato il suo lavoro di fabbro per assistere il figlio. E l’educatore continua ad andarlo a trovare quando può, nel suo tempo libero e a titolo naturalmente gratuito. «Quel che non capisco – spiega – è che io continuo a seguire anche ragazzi che hanno più di 18 anni. Perché nel caso di Paolo non si può fare? Forse qualcosa non ha funzionato in questo caso?». Speriamo che, se così fosse, si trovi il modo di riparare presto.
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