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Tentata violenza privata al figlioletto: condannato padre

Tentata violenza privata al figlioletto: condannato padre

MASSA. È stato condannato a un mese per tentata violenza privata il padre del bambino che aveva accusato - e fatto condannare a sei mesi ciascuno - i nonni paterni di averlo costretto a riprenderli...

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MASSA. È stato condannato a un mese per tentata violenza privata il padre del bambino che aveva accusato - e fatto condannare a sei mesi ciascuno - i nonni paterni di averlo costretto a riprenderli con una telecamera mentre si scambiavano effusioni amorose. Il pm Alessandra Conforti aveva chiesto un anno e due mesi per intralcio alla giustizia. Secondo il sostituto procuratore l’uomo, difeso dall’avvocato Enzo Frediani, aveva estorto la dichiarazione - registrandola - al piccolo con minacce («non sarai più mio figlio»). E lui aveva detto di essersi inventato l’accusa contro i nonni per potersi liberare dall’oppressione psicologia del genitore.

La parte civile, rappresentata dall’avvocato Riccardo Balatri, accoglie con soddisfazione la sentenza del giudice Garofalo, perché è stato riconosciuto il tentativo di far cambiare la dichiarazione al bambino (tra l’altro sotto la minaccia di essere lasciato da solo in un bosco durante una gita tra padre e figlio). Ma anche la difesa accoglie l’esito del processo come un colpo a suo favore, che potrà essere utilizzato nell’appello del procedimento contro i nonni che hanno fatto ricorso dopo essere stati condannati.

I due un anno fa sono stati riconosciuti responsabili del reato contestato: aver costretto il nipotino ad assistere alle loro performance sessuali e a riprenderli con una telecamera. Il giudice Dragotto aveva accolto le richieste del pm AleConforti, mentre il difensore Frediani aveva chiesto l'assoluzione, anche se la sua arringa era piuttosto incentrata sulla necessità di fare un'ulteriore perizia al minore. Frediani infatti ha contestato i test effettuati dalla psicologa del Sert Chiara Germelli, convocata dal giudice per spiegare meglio le modalità con cui è stato esaminato il piccolo. Da questi esami, poi, è nata la convinzione che il bambino aveva subito un trauma di tipo sessuale. La psicologa ha sottolineato come nel test di Rorschach, quello delle macchie, il bimbo in due tavole avesse dato risposte che potevano far pensare a episodi legati alla sfera sessuale. Non necessariamente a un abuso subito.

La psicologa aveva precisato però che la convinzione nasceva da un quadro complessivo e non da quel singolo esame. Il bimbo era diventato aggressivo ed era aumentato di peso, sintomatologie di un malessere. La difesa però ha contestato queste modalità «perché non sono stati tutelati i diritti degli imputati».

Nonostante le contestazioni, Balatri - che rappresenta la mamma del piccino - è convinto che la sentenza sia la conferma che il bimbo ha sempre detto la verità. Anzi, più che tentativo di violenza secondo la parte civile la violenza privata è stata consumata.

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