Il Tirreno

«Il mio bar imprigionato dal cantiere»

La protesta del titolare: da dieci mesi costretto a far sopravvivere il locale. A rischio tre dipendenti

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MASSA. Provate voi a far sopravvivere un’attività con un cantiere davanti all’ingresso che impedisce il passaggio a chiunque. Soltanto i clienti più affesionati dell’Hermes bar, in piazza Mercurio, affrontano la gimkana fatta di reti metalliche per bersi un caffè o assaggiare un vino da Sauro Venuti valdarnese doc che si è trasferito a Massa per amore e per passione. Il primo rivolto a una ragazza, il secondo alla professione di barista. Lui che per buona parte della sua vita era stato un dirigente d’azienda. «Viviamo questa situazione - spiega - da quattro mesi. Il cantiere invece è stato aperto dieci mesi fa. Lo sapevo che avrebbero ristrutturato la piazza quando ho rilevato il locale (estate 2011, ndr, ma mai e poi mai avrei pensato a una cosa del genere».

È amareggiato Venuti. Domenica ha incassato poco più che novanta euro, sabato quasi trecento: «Ho assunto tre ragazzi massesi per dare lavoro ai giovani di questa città. Adesso mi sento davvero male al pensiero di doverli mandare via. Ma io non riesco ad andare avanti in questo modo. Ma è possibile metterci dieci mesi per completare la piazza? Senza sapere poi quali sono i progetti dell’amministrazione per il dopo restyling. Non sono massese, ma non credevo di dovermi confrontare con persone che la pensano così diversamente da me».

Venuti avrebbe anche continuato a subire in silenzio quello che sta patendo dall’inverno scorso, se non fosse che la protesta di un suo collega, sulle pagine del Tirreno, per la mancanza di parcheggi, lo ha fatto imbestialire (Giuseppe Pieretti, titolare di Pane e pomodoro, ndr): «Se si lamenta lui allora cosa dovrei dire io? Per la Notte bianca mi sono pagato e ho fatto installare una pedana di legno e ho messo qualche tavolino fuori. Ma ho dovuto fare tutto io, perfino prendermi la responsabilità per eventuali incidenti». Eppure l’Hermes bar ha allargato le braccia a Massa. Ospitando la squadra di Subbuteo (il gioco del calcio in miniatura che negli anni Ottanta spopolava), dando spazio a Gioca Giò (negozio di giocattoli) per le sue attività ludiche che coinvolgono i bimbi e soprattutto mettendo in vendita prodotti locali (ha delle bottiglie del Chianti Malaspina da collezione). Non solo: «Anche l’arte è un mio pallino e per questo ospito le esposizioni dei pittori locali. Insomma, sto cercando di darmi da fare ma vedo che di risposte questa amministrazione non ne dà. Ho provato a parlare sia col sindaco Pucci sia con l’assessore Brizzi ma è stato davvero complicato mettermi in contatto con loro. Non so che dire, ma rimpiango la mia San Giovanni Valdarno. Mi spiace solo che a rimetterci saranno tre ragazzi che avevano creduto nel mio progetto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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