La manifestazione
Contributi volontari, niente pensione
Allarme delle Acli: aumenta da 15 a 20 anni il periodo di versamenti per chi non ha lavorato. Le donne le più a rischio
MASSA. La signora Rosa ha 59 anni, ha fatto la casalinga per tutta la vita ma ha anche pensato alla sua vecchiaia. Per quindici anni ha versato contributi volontari all’Inps e stava contando gli ultimi dodici mesi che la separavano dalla pensione. Ma la sua attesa, improvvisamente, senza preavviso e stracciando qualsiasi “patto” fatto con lo Stato, si è allungata di cinque anni. E altri soldi dovrà tirar fuori se vuole avere quel che pensava fosse già un suo diritto acquisito.
La signora Rosa è una delle decine di migliaia di persone rimaste sul binario a guardar partire il treno delle pensioni guidato dal macchinista Monti, capostazione Fornero, insieme alle decine di migliaia di esodati. Rosa è tra coloro che non hanno lavorato ma hanno versato contributi previdenziali volontari per quindici anni e stavano aspettando di compiere 60 anni per ricevere la pensione. Nel frattempo il governo ha innalzato a venti anni il periodo di versamento dei contributi e ha spostato in avanti anche l’età: non basterà più avere 60 anni, insomma.
L’allarme per questi cittadini arriva dal patronato Acli di Massa. Dove da alcune settimane le richieste di chiarimenti si stanno moltiplicando, insieme a qualche decina di comunicazioni che, dall’ufficio, sono partite alla volta di persone che, per un soffio, vedono sfumare l’attesa pensione.
Queste persone, spiega il direttore del patronato Acli di Massa, Giuseppe Vignali, «confidavano appunto nei diritti acquisiti e nel patto sottoscritto con governo e Inps al momento dei versamenti dei contributi volontari. Un patto oggi unilateralmente sciolto, disconosciuto a posteriori; un “contratto” stracciato senza tener conto di accordi a suo tempo presi». E mentre il problema degli esodati continua a suscitare disappunto e polemiche, quello degli aspiranti pensionati che hanno versato contributi volontari è un dramma rimasto nell’ombra. «A queste persone – spiega Vignali – non è stata data voce, non il governo né i vari istituti si sono preoccupati di avvisare che le regole sono improvvisamente cambiate e quindi l’aspettativa di pensione potrebbe restare un sogno». Le prospettive di pensionamento sarebbero in alcuni casi «praticamente azzerate o comunque fortemente allontanate».
Vignali spiega le tappe di questa rivoluzione. «La legge Monti e la successiva circolare interpretativa 35/2012 dell’Inps prevedono che dal 1° gennaio di quest’anno gli anni di contribuzione per avere diritto alla pensione sono saliti a venti». Perciò chi ha versato 15 anni di contributi è costretto a versare altri cinque anni di contributi se non vuole perdere il diritto a pensione «regalando di fatto – spiega Vignali – quindici anni di versamenti allo Stato. In pratica, ed è la prima volta che succede nella storia previdenziale italiana, è stato tolto di fatto un diritto che, nel caso specifico, era stato acquisito con la legge 503 del 1992, che non è stata abrogata ma nella prassi è stata superata. Un tipico pasticcio italiano che come al solito va a colpire le fasce più deboli».
Le più colpite risultano le donne «che – spiega Vignali – ad esempio non hanno potuto lavorare più di 15 anni per dedicarsi alla famiglia e ai figli». Difficile, per il momento stabilire quante persone saranno colpite da questa direttiva ma sicuramente saranno soprattutto le donne a farne le spese.Confidiamo che, risolto il problema degli esodati, il governo pensi anche a loro».
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