La manifestazione
Bruciati e dimenticati, sos da Tresana
Gravemente ustionata dallo scoppio del metanodotto della Snam, Monica Amadei punta il dito sui ritardi dei risarcimenti
TRESANA. Le lingue di fuoco le hanno ustionato volto e braccia, oltrechè distruggere l’abitazione condivisa con i genitori.
Adesso, a cinque mesi esatti dalla terribile esplosione del metanodotto, Monica Amadei chiede quanto altro tempo debba trascorrere prima di tornare alla tranquilla vita condotta nella frazione di Mulino, deliziosa fino allo scorso 18 gennaio, giorno in cui si scatenò l’inferno a cusa dello scoppio avvenuto durante lavori alle condutture del gas.
Perciò Monica, che si definisce «una sopravvisuta al disastro» ha preso carta e penna per raccontare la sua odissea e, allo stesso tempo, spronare chi di dovere affinchè venga accelerato l’iter burocratico per il ripristino della zona e per ottenere gli indennizzi economici.
«Sono passati già cinque mesi dal quel 18 gennaio, giorno dello scoppio del metanodotto Snam - esordisce Monica Amadei - ma le gravi conseguenze a persone, immobili e terreni coltivati, restano a oggi un fatto privato. Sono sopravissuta all’esplosione fuggendo dalle fiamme e portando in salvo mia madre, ormai priva di sensi, mentre vedevo la mia casa e le memorie della mia storia sparire sotto le lingue di un fuoco gigantesco incendio che si portava via per sempre una vita di 22 anni. A oggi, di questa tragedia non causata da noi, rimane un fatto puramente privato. Io porto i segni delle ustioni di terzo grado sulle braccia e mia madre sul 20% della superficie corporea. Con i nostri risparmi abbiamo fatto riparare il tetto della casa e gli infissi distrutti dall’incendio. Da quando mia madre è stata dimessa dal Centro grandi ustionati di Genova, mio padre e io ci siamo improvvisati premurosi infermieri e ogni giorno ci prendiamo cura del suo corpo martoriato aiutandola in tutta una serie di medicazioni indispensabili e terapie necessarie. Abbiamo richiesto ufficialmente all’Asl, assistenza per i presidi farmacologici specifici e costosi prescritti, ma il presidente della commissione, nonché direttore della Società della Salute, ha respinto proprio in questi giorni la nostra istanza. La mia famiglia e io siamo completamente soli nel fronteggiare un disagio enorme e problematiche complesse che non dipendono da noi. Inoltre i periti assicurativi di Snam ci hanno offerto un mero 30%, riducendo pertanto in maniera iniqua e irragionevole le ingenti spese già sostenute e la stima dei danni materiali quantificati in diverse migliaia di euro. Siamo affaticati, stravolti nelle nostre abitudini ed emotivamente provati. Ma tutto questo non è un fatto privato. È un fatto sociale e di comunità. È un percorso doloroso e faticoso che deve essere fatto non in solitudine ma assieme alla comunità condividendone il peso. In tal senso le Istituzioni in virtù del ruolo che a loro compete hanno il dovere e l’obbligo di impegnarsi fornendo chiare garanzie, interventi concreti e assistenza certa alla mia famiglia così come a quelle famiglie del Mulino di Tresana che, come la mia, hanno subìto gravi perdite e insanabili danni a cose e persone».
Monica Amadei prosegue dicendo che «non ci devono abbandonare o dimenticare. Ho personalmente incontrato il presidente Enrico Rossi lo scorso 27 aprile e in quella occasione ho potuto apprendere che la Regione aveva dimenticato sotto il profilo istituzionale il nostro caso. La nostra amministrazione comunale ha preso provvedimenti in merito allo sgravio dell’aliquota Imu per il 2012 e nel consiglio comunale del 17 febbraio scorso, al quale ho assistito, veniva messo a verbale di chiedere alla Snam spa una diversa collocazione del Pidi, ossia il Punto di intercettazione di derivazione importante, in un luogo di assoluta sicurezza e lontano dai nuclei abitativi. Vero è che l’inchiesta della magistratura è ancora in corso, ma tutto ciò non dovrebbe esimere la Regione, la Provincia, il nostro Comune e la sanità locale, a essere fattivamente dalla parte dei cittadini colpiti da un evento a loro non imputabile. Lo scoppio del metanodotto non è un fatto privato ma, come ho descritto, rischia purtroppo di diventarlo. È profondamente ingiusto, moralmente scorretto e anche sbagliato sotto il profilo istituzionale lasciare soli quei cittadini che come me hanno subito un gravissimo danno a terzi imputabile e che hanno urgente bisogno di risposte certe e chiare che vadano nella direzione di una loro tutela, sicurezza e salvaguardia della salute. È un fatto sociale e quindi le istituzioni preposte si assumano la responsabilità di intervenire a sostegno e a garanzia di quei cittadini del Mulino di Tresana che, come me, convivono ogni giorno con perdite molto serie, paure e immagini dell’esplosione e sono lasciati soli dinanzi al corpo irrimediabilmente colpito di un familiare oppure dinanzi al rudere incenerito della casa e alla desolazione di quel bel frutteto che non c’è più».
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