Il Tirreno

La Provincia “chiude”, sos lavoro

di Francesca Ferri
La Provincia “chiude”, sos lavoro

Dipendenti e sindacati ieri in assemblea per il punto sul futuro dell’ente tra incertezza e timori

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MASSA. Prendere per un orecchio la politica perché si metta a lavoro sull’ente provinciale, riorganizzi i carichi di lavoro e trovi così le risorse per salvare le funzioni e i posti di lavoro. È questo in estrema sintesi il messaggio lanciato ieri mattina dai dipendenti della Provincia di Massa-Carrara, riuniti in un’assemblea indetta dai settori funzione pubblica di Cgil, Cisl, Uil e dalle Rsu.

La preoccupazione a Palazzo Ducale è palpabile: a meno di sei mesi dal 31 dicembre, termine previsto dal decreto “salva Italia” che abolisce di fatto le Province – trasferendo funzioni e personale a Comuni e Regioni ma senza dare indicazioni precise sulle modalità – regna la massima incertezza da un lato sul destino dei dipendenti, dall’altro su come saranno garantiti i servizi oggi svolti dalle Province (tra gli altri, la manutenzione delle strade provinciali, il trasporto pubblico, le scuole superiori), se ci saranno accorpamenti tra province, se ci saranno esuberi.

In una sala della Resistenza gremita di impiegati, dirigenti,cantonieri, tecnici, tanti gli interventi a cui hanno risposto Enzo Mastorci, segretario provinciale Cisl, Andrea Morandi, segretario regionale Cisl Fp, Debora Giomi, segretario regionale Fp Cgil, Silvano Leoni, responsabile provinciale organizzazione Fp Cgil e Carlo Mariani, membro della segreteria provinciale Fpl Uil.

I dipendenti pubblici soffrono l’etichetta di pecora nera affibbiata dal governo, che dirotta qui i tagli per risistemare le finanze. E questi attacchi bruciano. «Nessun politico si è speso per dire che il nostro ruolo è importante», lamenta la rappresentante delle Rsu, Paola Freschi, che chiede che giunta e presidente della Provinia si impegnino a firmare un protocollo d’intesa con i sindacati per un passo concreto per la mobilitazione contro l’abolizione delle Province.

Trattativa sì, ma anche fermezza la chiede Nilo Ianni, dipendente. «La situazione è esplosiva – spiega – e se non è ancora esplosa è per la serietà dei dipendenti pubblici».

C’è spazio anche per mettersi in discussione. Ianni stesso ammette che «i 60mila dipendenti pubblici in Italia sono troppi», che «qualche privilegio c’è stato». «Troppi no, ma con carichi di lavoro mal distribuiti – spiega Giomi – in alcuni settori troppi, in altri ridotti all’osso, con salari fermi a 20 anni fa».

Che i dipendenti pubblici non siano tutti “fannulloni” ma nemmeno tutti “martiri” lo si dice senza imbarazzo. E qualcuno ammette che, girando per gli uffici, capita di imbattersi in chi non suda esattamente fatica. Un’autocritica sincera e coraggiosa ma soprattutto costruttiva. «Qui in Provincia – spiega un dipendente – manca la voglia di ripensare la struttura. Abbiamo rivisto le nostre procedure per vedere dove risparmiare? No. Ognuno di noi dovrebbe chiedersi cosa lui in prima persona può fare per migliorare l’ente».

Ricetta che piace ai sindacati. «Il nostro compito è imporre alla politica di fare delle scelte, ristrutturare e riorganizzare la macchina amministrativa da qui a 10 anni – spiega Morandi – quindi meno dirigenti, più giovani e più donne. E dare il 50% delle risorse trovate alla contrattazione sindacale».

Ci sono poi le questioni degli accorpamenti delle province, i precari. Mauro, dipendente del settore informatico, indica la Fiom come esempio da seguire e sprona: «Facciamolo anche noi, creiamo più unione tra sindacati». I quali hanno, intanto, chiesto un incontro con l’assessore regionale al bilancio e rapporti con gli Enti locali Riccardo Nencini.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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