Il Tirreno

È sterile a 19 anni dopo la radioterapia: assolto il medico

La procedura si rese necessaria per curare un tumore Il dottore era sotto accusa per falso nel consenso informato

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CARRARA. Quella radioterapia, massiccia, a cui si è sottoposta dopo l’asportazione di un tumore al colon, l’ha fatta diventare sterile. A soli 19 anni. E questa conseguenza drammatica delle cure, le sarebbe stata comunicata solo in un secondo momento, non quando ha firmato il consenso informato

Per questo la donna, oggi 25enne, ha portato in tribunale il medico dell’ospedale carrarese che l’ha curata, accusandolo di aver aggiunto solo in un secondo momento, nella sua cartella clinica, la complicazione a cui sarebbe andata incontro.

Sul banco degli imputati è finito il dottor Giorgio Piacentini (assistito dall’avvocato Marina Menconi), del reparto di radioterapia oncologica del Monoblocco. L’accusa è di falso ideologico (art. 479) nel consenso informato.

Il pm Lara Navarrini aveva chiesto per il medico la condanna a un anno di reclusione. Nella sua brillante arringa l’avvocato Menconi ha ripercorso tutte le tappe della vicenda, ricordando che proprio per le conseguenze, pesanti, della radioterapia, il dottor Piacentini aveva dato alla paziente il tempo necessario per valutare la cosa. E che il consenso informato è stato poi firmato (e contro firmato dalla paziente) in un secondo momento, quando lui era in ferie e la giovane è si è recata a fare la radioterapia. Non solo, il legale della difesa ha puntualizzato che la giovane era stata informata dell’evento dannoso a cui sarebbe andata incontro per l’applicazione di una terapia massiccia ma necessaria per debellare il suo male.

Il giudice Cosimo Maria Ferri ieri mattina, al termine di una breve camera di consiglio, ha assolto il medico: perché “il fatto non costituisce reato” (articolo 530, secondo comma).

La vicenda è comunque destinata ad avere un proseguo, sempre in sede giudiziari, con una causa civile.

La donna protagonista di questo delicatissimo caso, assistita dall’avvocato Paolo Di Martino sostiene, infatti, di non essere stata informata ed avvisata sulle tecniche allora vigenti per la conservazione degli ovuli e la preservazione della fertilità. «Questo - sostiene l’avvocato Di Martino - le avrebbe cagionato un danno di perdita di chance e psicologico enormi. A fronte di ciò l'Asl invitata a mediazione non si è neppur presentata».

Alessandra Vivoli

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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