Il Tirreno

«Volevo reagire, ma erano feroci»

«Volevo reagire, ma erano feroci»

Leriano Pierossi porta ancora i segni dei pugni dei rapinatori «Ho provato a strozzarne uno, non ci sono riuscito. Peccato»

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MONTIGNOSO. «Ho provato a prendere la pistola che avevo nel cassetto, non ci sono riuscito perché ormai i riflessi non sono più quelli di una volta e due di quei tre erano davvero troppo grossi per me. Mi hanno disarmato e mi hanno anche picchiato. È stata una notte davvero faticosa anche per mia figlia Eleonora e Suzanne, la signora che era con noi. Ma mi creda, se riuscivo a impugnare la rivoltella sparavo, ho fatto tante autopsie in vita mia e la morte non mi fa paura». Leriano Pierossi accoglie così il cronista e il fotografo del Tirreno per raccontare quelle due ore passate in balia di tre rapinatori con accento dell’est. Nonostante gli 86 anni, un infarto superato alla grande e un polmone in meno il chirurgo è arzillo come pochi: «Mi fanno male le gambe, è difficile invecchiare. Ve ne accorgerete anche voi».

Il suo studio rispecchia un ultraottantenne, mobili di legno che ormai hanno assunto un colore scuro per il passare degli anni. Unica nota stonata un computer con un monitor a schermo piatto: «Faccio ancora consulenze per il tribunale, mi serve per lavoro. Scusate il disordine, ma mi hanno buttato all’aria tutto perché cercavano la chiave della cassaforte. Ma io non l’ho tirata fuori. Mia figlia gli ha detto dove stava la prima, la seconda però sapevo soltanto io dov’era. Mi hanno fatto male alla spalla e al labbro (il livido è evidente e fa venire voglia di dare una lezione a quelle bestie che se la sono presa con un anziano che stava difendendo la sua vita e quella di due donne) eppoi mi hanno legato al letto con le braccia aperte, mi sentivo in croce e un po’ lo ero per davvero».

Come si è accorto della presenza di quei tre?

«Sono venuti in camera mia, portandosi mia figlia con loro. Io avevo sentito dei rumori ma non ci avevo fatto caso, poi hanno messo la torcia in faccia a Suzanne e l’hanno svegliata. Ho provato a prendere la pistola nel cassetto, ma loro sono stati più svelti di me e me l’hanno puntata contro. Se l’avessi tenuta sotto il cuscino non avrebbero fatto tanto i furbi, però».

Davvero avrebbe sparato?

«Ma lo sa quante autopsie ho fatto nella mia vita? Abito a Massa-Carrara (prima in via Stradella a Massa e ora al Cinquale) da 65 anni, mio figlio Nicola aveva finito la quinta elementare ora è otorinolaringoiatra e lavora col Meyer. È da tanto tempo che ho a che fare con la morte. Per difendermi non avrei esitato un momento a premere il grilletto, purtroppo l’età me lo ha impedito e poi due di quei tre erano davvero grossi, impossibile per me poterli fronteggiare e infatti se ne sono approfittati. Il più piccolo, però...».

Il più piccolo, però...

«Ho provato a dargli una lezione: avevo i polsi legati, ma sono riuscito a mettergli le braccia al collo e lo stavo strozzando. Il suo amico mi ha dato un pugno sulla bocca e mi ha fatto mollare la presa, poi mi ha legato e tutta la mia voglia di reagire è finita».

Avete capito da dove sono passati?

«Sì, dalla taverna. Hanno rotto la finestra e si sono calati giù. Hanno visto la cassaforte armadio, devono aver provato ad aprirla e quando hanno capito che ci volevano le chiavi sono saliti in casa. Prima hanno preso mia figlia, poi sono venuti da me e da Suzanne. Erano le due di notte, se ne sono andati alle quattro. Quello che più mi rode è che si sono portati via la cassaforte, eppure pesava tantissimo. L’hanno caricata sulla mia Giulietta e sono scomparsi in un baleno».

Lasciandovi legati?

«Sì, ma i nodi che avevano fatto per immobilizzare mia figlia e Suzanne erano poca cosa, loro si sono liberate immediatamente poi hanno cercato un paio di forbici e hanno tagliato la corda che mi impediva di muovermi. Ho chiamato i carabinieri e il resto, anche se con un po’ di fantasia, lo avete scritto voi sui giornali».

È una rapina strana, lo sa anche lei. Quei tre sono venuti a casa sua a colpo sicuro: chi può avergli detto cosa dovevano cercare?

«È una rapina strana. Sapevano che avevo una cassaforte. Immagino che ora mi chiederete se sospetto di qualcuno, vero?».

Vero.

«E io vi dico che non sospetto di nessuno perché le persone che vengono a casa mia sono fidate e soprattutto le reputo amiche. L’anno scorso c’era una persona che non conoscevo e che era a servizio di mio figlio (che d’estate occupa la casa accanto a quella del padre, ndr), ma la mia sensazione è che anche lei non c’entri nulla con questa storia».

Adesso ha paura?

«Un po’ sì, lo ammetto. L’altra notte, non sono riuscito a chiudere occhio. Eppure ero stanco. Vederti aggredito nella tua intimità ti fa male e devo dire che io questa storia l’ho patita molto. A un certo punto hanno anche minacciato di portarsi via con loro Suzanne e lì mi sono spaventato, invece stavano solo bluffando. Mi hanno rotto il cellulare e quello pazienza, mi hanno però spogliato dei ricordi più cari: i gioielli dei miei avi, gli orologi che avevo collezionato, anche quello che avevo al polso, e un po’ di soldi. Non so quanto ci fosse in quell’armazio blindato, ma so che lo hanno alzato come un fuscello. Mi spiace soltanto di aver comprato questa villa, altrimenti me ne sarei tornato a Firenze da un pezzo. È la mia città, anche se devo dire che pure lì in fatto di criminalità non scherzano».

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