Il Tirreno

«Ecco il valore dello scultore di Colonnata»

«Ecco il valore dello scultore di Colonnata»

La storica dell’arte Luisa Passeggia e la rilettura critica dell’attività artistica di Danese Cattaneo

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MASSA CARRARA. Per Carrara, che fin dall'antichità ha legato il proprio nome all'estrazione e alla lavorazione del marmo, la straordinaria ricchezza dei giacimenti lapidei ha costituito, da sempre, sia un limite che un vantaggio.

Vantaggio nel consentirle di uscire da quel cono d'ombra cui era stata confinata buona parte della piccola e media provincia italiana. Limite nel relegarla in una condizione marginale e periferica, che la identifica ancora oggi in una sorta di zona franca, sostanzialmente estranea a qualunque processo artistico, tesa soltanto allo sfruttamento sistematico delle proprie risorse.

E quando, nel corso del tempo, alcuni scultori carraresi sono emersi dall'anonimato, come Pietro Tacca, Domenico Guidi o Giuliano Finelli, solo per citare alcuni dei tanti, l'impressione che si ricava dalla lettura delle loro biografie è quella di non aver mantenuto alcun legame con la propria terra d'origine se non per la nascita.

Una situazione a dir poco singolare per un ambiente caratterizzatosi da sempre come una sorta di crocevia artistico: asilo, seppure temporaneo, di lapicidi e scultori più e meno noti, che, almeno in apparenza, non risultano aver mai oltrepassato i confini imposti dalle fasi di scelta, imballaggio e trasporto dei marmi.

In realtà, la recente analisi sulla struttura delle botteghe radicate nel territorio ha dimostrato quanto fossero solidi i legami tra chi rimaneva in patria, a gestire l'approvvigionamento e la lavorazione del materiale, e chi si stabiliva all'estero, con il preciso compito di conquistare il mercato, attraverso il sapiente uso delle tecniche e dei materiali.

Nessuno sembra aver fatto eccezione a questa regola e, certo, non vi si è sottratto Danese Cattaneo (Colonnata 1512 ca. - Venezia 1572), anche se le autorevoli fonti storiografiche, da Giorgio Vasari a Tommaso Temanza, non hanno mai evidenziato alcun legame con il paese d'origine se non per la nascita. Così di Danese si è sempre, giustamente, evidenziata la produzione figurativa, di altissimo livello, combinata ad una straordinaria capacità letteraria, senza mai sottolineare quegli aspetti di "mestiere" naturalmente sottesi all'attività dello scultore. Aspetti troppo a lungo sviliti da pregiudizi di natura idealistica che avevano indotto gli stessi artisti a cercare nella dimensione liberale quella dignità intellettuale altrimenti negata.

E' perciò sulla base di questa chiave interpretativa che si propone la rilettura di Cataneo, protagonista, tra i tanti, di quella storia, tutta apuana, dell' "industria dell'arte".

Luisa Passeggia

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