Il Tirreno

Un’altra mostra choc a Marble Weeks

di Alessandra Vivoli
Un’altra mostra choc a Marble Weeks

Agli studi Nicoli la donna in burqa velata con un fallo in mano e una vagina con la lingua stile Rolling Stones in piazza

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CARRARA. L’ennesimo scandalo a Marble weeks. Un’altra provocazione dal cuore di Carrara, dopo il papa in reggicalze e le Madonnine con le siringhe in testa e stile Coca-Cola di “Pimp my Mary”. L’effige della donna velata, una maestà in burqa, con tra le mani un minareto, versione fallo gigante, finisce al centro delle polemiche.

Un lettore, Luigi Trivelli, ha scritto al giornale. Una lettera indignata in cui si dichiara: «Allibito di fronte alle maestà in marmo nero rappresentanti suore a mezzo busto con in mano falli, vagine. Possibile che le suore vengano tutte ritenute malate sessualmente? - scrive - Io che ho frequentato da piccolo l’istituto del Sacro cuore a Potrignano e ho abitato davanti al vecchio ospedale di Carrara, dove ho visto le suore cappellane aggirarsi con affetto nelle corsie, e le suore di Piazza D’Armi fare scuola a tanti ragazzi, mi rivolto e provo un senso di ripulsa per chi ha permesso questo affronto».

Ma questa volta il mondo cattolico non c’entra nulla.

La provocazione c’è, ma è ben altra e riguarda il mondo islamico e la sua intima sacralità. La provocazione è dell’artista Aida Salakhova, che da anni collabora con gli studi d’arte gestiti, con un piglio moderno che non tradisce la tradizione, dalla manager Francesca Nicoli. Una mostra choc che, nell’ultima Biennale di Venezia, per intervento delle massime autorità politiche e culturali dell’Azerbaidjan, è stato oggetto di censura. Quelle stesse opere che ora troneggiano nel muro di cinta degli storici studi Nicoli, in piazza San Francesca, erano state fatte rimuovere in tutta fretta dalla Biennale. «Mi ricordo che Aida mi chiamò piangendo - racconta Francesca Nicoli - dicendo che doveva rimuovere le opere». Ma da quel momento le quotazioni di questa artista, che vive in Russia ed è amatissima dai collezionisti, sono salite alle stelle. Grazie anche ad una galleria di Abu Dabi che ne ha fatto una delle sue punte di diamante.

Le immagini dissacranti ora sono in mostra a San Francesco: le sette effigi in nero Africa, con quelle mani in statuario che stringono il testo sacro, le lacrime, le perle del rosario, e il minareto versione fallica. E la Kaba, simbolo sacro della cultura islamica, che qui richiama nelle sue forme una vagina. E un’altra kaba, gigante in marmo bianco è in mezzo alla piazza: con la linguaccia in nero Africa, stile Rolling Stones, un omaggio alla cultura pop.

«Non c’è nulla di pornografico o volgare - spiega la manager dell’arte Francesca Nicoli - È una riflessione che Aida fa all’interno della sua fede islamica». E le immagini sono di un’assoluta raffinatezza: il momento migliore, per ammirarle è quando si fa buio. Le mani di statuario sembrano uscire dal muro. L’effetto è di grande suggestione.Il messaggio, visto soprattutto con gli occhi della rigida fede islamica, blasfemo. Con questa mostra Carrara riconferma, in una stagione che sta riaffermando il suo ruolo nei panorami nazionali e internazionali della scultura e dell’arte l’anima anarchica, l’apertura a ogni tipo di linguaggio. Anche quelli più scomodi. E la mostra di Aida Salakhova sembra aver tradotto, in immagini, il messaggio del parroco del Duomo, don Raffaello Piagentini che, di fronte al papa in mutandine e reggicalze aveva tuonato: «Ma perché non ci mettono Maometto? Perché non prendono di mira anche la religione islamica e solo quella cattolica?»La provocazione è servita.

Intanto domani alle ore 21 presso gli studi Nicoli il club Unesco celebrerà il decennale del riconoscimento come “Sito messaggero di una cultura di pace”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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