Il Tirreno

Business anche senza filiera

di Cinzia Carpita

Tutti la vorrebbero ma poche aziende sono attrezzate. Marmotec: l’ora della verità

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CARRARA. Ed ecco tagliato il nastro della trentunesima Carrara Marmotec, la fiera internazionale dei marmi, delle tecnologie e del design: tutti gli espositori aspettano gli operatori specializzati da tutto il mondo, per il business del settore lapideo.

Una fiera, quest’anno, dall’impatto visivo notevole: le tecnologie nel padiglione dove prima c’erano i marmi, e nel padiglione B un trionfo di colori, di luce e di fantasia: protagonista il marmo in lastre, piastrelle, pannelli, nelle sue più affascinanti applicazioni, fra le tonalità della materia prima e le trasparenze esaltate da fonti luminose.

Le aziende apuane e non solo, puntano su ciò che il marmo può ispirare in termini di architettura e di design, per gli arredi degli interni e per le soluzioni nelle costruzioni.

E l’area tecnologie fa il resto: con i grandi macchinari made in Italy, e made in Carrara, esportati in tutto il mondo, che hanno fatto passi da gigante nel campo della lavorazione del prodotto finito. Così girando fra gli stand, nel primo giorno, spuntano alcune delle novità, come i due prototipi esposti da Marmi Carrara - Società Apuana Marmi. Due lavandini ultraleggeri:uno realizzato col Rosso Collemandina (Alta Versilia) della storica cava Sam «unica al mondo» dice Giancarlo Tonini che fa parte del cda della società. «Un lavandino scavato in questo marmo, con macchinario speciale e rinforzato con una resina altrettanto speciale». Pesa 20 chili. L’altro ultralight, di 10 chili, è in marmo bianco di Carrara, realizzato con lo stesso procedimento. «Due anteprime mondiali – spiega Tonini – e ci aspettiamo che architetti e clienti ci diano indicazioni per migliorare ancora il prodotto».

Le grandi aziende apuo versiliesi sfoggiano i loro biglietti da visita nel padiglione B e in quello misto, che trovano la prosecuzione naturale all’esterno, dove sono esposti i blocchi, dei marmi Apuani e di altre tipologie proposte da aziende italiane e straniere.

Il gruppo delle autorità, dopo il taglio del nastro da parte del sindaco Angelo Zubbani, si è infatti soffermato anche in alcuni stand stranieri, come quello egiziano.

Ma quanto si pensa alla filiera del marmo? Tutti ne parlano come di un recupero indispensabile, come di un segmento perduto che ora forma una lacura fra l’escavazione e la vendita di blocchi e lastre. Ma forse, in realtà, pochi ci credono davvero nel ritorno della filiera. Anche perché, come spiega lo stesso Tonini, le aziende più strutturate hanno già al loro interno il ciclo completo: vendono blocchi, ma hano investito in tecnologie come il water-jet e le macchine a controllo numerico, per cui cono in grado di realizzare prodotti finiti e di metterli direttamente sul mercato.

«Non c’è più il vecchio laboratorio di 50 anni fa. Ma chi possiede la filiera trova mercati. Le aziende più importanti del distretto stanno vincendo grandi commesse nel meaddle west, in Arabia, in Asia che per noi è il nuovo mondo: grandi progetti per blocchi, lastre e lavorati finiti. Nella filiera ci credo moltissimo. Ci sono paesi che si confermano importatori non solo di lastrame ma anche di prodotti finiti, come l’America latina che sta cercando di superare la crisi, e come il Brasile. C’è un’inversione di tendenza, perché l’eccellenza del lavorato è qui, dove sappiamo dare risposte su interventi complessi per progettazione e installazione. E poi sta andando forte il nuvolato locale, da solo e abbinato col bianco». Più cauto, il mondo dei macchinari: Ciro Gaspari della storica Gaspari Menotti, sulla filiera che non è più nei tempi d’oro, dice che «le responsabilità sono un po’ di tutti ed equamente ripartite». La sua azienda espone le tecnologie d’avanguardia: una nuova 5 fili tutta automatica per il granito , e una sei assi a controllo numerico per fare colonne, capitelli e panchine con filo diamantato.

Luigi Musetti della Sgs, ha solo cave. Crede nella filiera? «Sarebbe bene lavorare qui il marmo, ma come competere con altri Paesi? C’è il problema dei costi. Anche per le cave. Io ne ho appena aperta una in Armenia, là un operaio prende appena 400 dollari al mese. In tunisia ne percepisce 200».

La qualità e l’esperienza come valore aggiunto, si scontrano con il rischio d’investimento. Marmotec forse rivelerà quanto le imprese locali restano sul sicuro e quanto hanno voglia di tornare a essere pioniere.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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