Il dolore
Affaire Iraq, i giudici: ecco perché le 4 condanne eccellenti
Novanta pagine ricostruiscono la trama internazionale che ha portato alla cessione del credito milionario
CARRARA. Novanta pagine: depositate con precisione svizzera, ecco le motivazioni della sentenza sull’affaire Iraq. Novanta pagine nelle quali i giudici torinesi Quinto Bosio, Giorgio Gianetti e Claudio Ferrero, spiegano perché hanno condannato l’imprenditore Paolo Dazzi, la moglie avvocato (ed ex giudice onorario) Laura Donatiello, e gli avvocati Rinaldo Reboa e Giancarlo Lattanzi; e perché è stata mandata assolta l’avvocato Ada Ruffini.
Sono diversi i capi di imputazione; tutti gli imputati erano però accusati di bancarotta aggravata fraudolenta per aver “durante la procedura fallimentare, distratto, occultato, dissimulato, dissipato beni e denaro della ditta individuale Dazzi Pietro fu Enrico, segnatamente distraendo verso l’irrisorio importo di 77.450 euro il credito vantato dal fallimento nei confronti del Ministry of Planning of Iraq dell’importo di dieci milioni di dollari oltre interessi dal 26 marzo 1990, e successivamente alla cessione, effettivamente riscosso dalla Server Plus; consapevoli, tutti, dell’immediata esigibilità dell’ingente credito”. Vi sono poi altre ipotesi di reato.
Il contratto c’era. In una lunga premessa, i giudici innanzitutto propendono per ritenere esistente il contratto fra la ditta Dazzi Pietro fu Enrico e l’Iraq per realizzare un complesso religioso (la pubblica accusa sosteneva invece che fosse di fatto una montatura).
Il punto chiave del processo, ribadiscono i giudici, è la cessione “a prezzo vile” del maxicredito. Nella motivazione si ritiene che sia molto marginale il ruolo di Ada Ruffini, che presentò la prima offerta di acquisto del credito iracheno, respinta dal tribunale di Massa; la Ruffini ebbe anche i primi contatti con la Eurocrediti, contatti poi concretizzati dall’avvocato Rinaldo Reboa per una sub-cessione parziale.
Reboa “dominus” della Server Plus. Fu Reboa, ricostruiscono i giudici, a presentare la seconda offerta del credito (quella coronata da successo) e parteciò poi all’atto in veste di procuratore speciale della Serve Plus Ltd società di cui, secondo le motivazioni, era in realtà il “dominus”. Reboa si occupò - scrivono i giudici - «della sub-cessione di parte del credito alla Eurocrediti (spendendo il nominativo di Paolo Dazzi quale consulente della stessa Server Plus), promosse le procedure volte alla monetizzazione del cespite acquisito e si occupò delle operazioni bancarie a sequito delle quali il rilevantissimo importo di sei milioni e 150mila euro fu bonificato sul conto acceso in Lichtenstein dalla società Whitecrest Investments».
Quest’ultima società, si aggiunge è la compagine che il 26 ottobre del 2001 aveva, quale committente, stipulato con la Server Plus un contratto di agenzia per lo svolgimento di un business costituito da “servizi di consulenza” e “Intermediazione delegata e consulenza”; e che nel luglio 2003 bonificò sul conto bancario appositamente acceso dall’avvocato Lattanzi, alla filiale carrarese di Unicredit, la somma di 50mila euro che costitutì la quota principale della provvista utilizzata dallo stesso avvocato Lattanzi per ottenere l’emissione dei due assegni circolari usati per pagare il prezzo di acquisto del «famigerato credito».
La chiusura del fallimento. Aggiungono i giudici torinesi: «Lo stesso avvocato Reboa fu poi tra i “finanziatori” di Paolo Dazzi per la chiusura del fallimento della ditta paterna».
In merito all’avvocato Giancarlo Lattanzi, i giudici annotano che è il legale “storico” della famiglia Dazzi, ricordano che ha avuto contatti con Rudi Cereghetti e con l’avvocato Rosario Grasso del Lussemburgo, entrambi coinvolti nelle vicende della Server Plus. Si occupò, sostiene la motivazione, «per certo direttamente in collaborazione con l’avvocato Laura Donatiello pure delle trattative per la cessione del credito iracheno, come emerge dai documenti sequestrati» presso lo studio dell’avvocato Lattanzi stesso; partecipò anche alle trattative per la sub-cessione di una quota del credito iracheno dalla Server Plus alla Eurocrediti e fece poi parte del novero di soggetto - scrivono i giudici - che erogarono o furono il tramite «di rilevanti “prestiti” a Paolo Dazzi al fine di consentirgli di soddisfare - massimamente in via transattiva - le pretese dei creditori della ditta paterna e di ottenere la chiusura del relativo fallimento».
Quel fax di Cereghetti. Le vicende ricostruite sono davvero complesse: i giudici scrivono che pochi giorni prima della redazione delle scritture private con cui Paolo Dazzi attestò i “prestiti”, l’avvocato Lattanzi aveva ricevuto sul proprio conto a Unicredit un bonifico della Gpy Investors Limited di Tortola di almeno 300mila euro; il 22 dicembre 2006 aveva inoltre ricevuto un fax da Rudi Cereghetti, ritenuto uomo di fiducia di Paolo Dazzi nella vicenda B & B Venture Sa, legittimato a operare sul conto bancario londinese della Server Plus e «probabile firmatario» per la Taxcontrol Sam del contratto di mandato stipulato dall’avvocato Reboa, «verosimile» firmatario di attestazioni per conto della Bonston Overseas Ltd; il fax di Cereghetti comunicava all’avvocato Lattanzi le coordinate bancarie per la restituzione del “finanziamento fatto il 19 corrente mese”, cioé dicembre 2006. Nel gennaio del 2007, dunque dopo che a Paolo Dazzi era stato versato dalla curatela del fallimento della ditta paterna «l’ingente importo ricavato dalla causa per risarcimento danni contro le banche, furono bonificati dal conto dell’avvocato Lattanzi a quello della Gpy Investors Ltd con la causale “restituzione risarcimento” somme pari almeno a 500mila euro».
E ancora, l’avvocato Lattanzi «è interessato in via diretta da taluni negozi riguardanti procure rilasciate da società estere e atti di acquisto immobiliare compiuti sulla scorta di tali procure, complessivamente dispiegatisi nell’arco di tempo tra il febbraio 2006 e il gennaio 2008, che pur non riguardando nominativamente almeno come parti dei relativi negozi, mebri della famiglia Dazzi, erano custoditi presso l’avvocato Donatiello».
L’analisi dei giudici prosegue nel dipanare le modalità della cessione del credito, vicenda chiave che approfondiremo domani. Lunghe spiegazioni per dire come mai si arriva alle pesanti condanne di sette anni e sei mesi per Paolo Dazzi; sei anni ciascuno per Laura Donatiello, Giancarlo Lattanzi e Rinaldo Reboa; tutti e quattro interdetti in perpetuo dai pubblici uffici; Lattanzi e Reboa interdetti per 5 anni dalla professione forense; e tutti e quattro dovranno restituire a Unicredit sette milioni e mezzo di euro entro trenta giorni dal passaggio in giudicato della sentenza.
Le difese, a quanto risulta, hanno già preannunciato appello. (m.b.)
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