Il dolore
Amniocentesi, Cassazione conferma la condanna
Ribadita la pena al primario di ginecologia Migliorini: la paziente perse il feto e andò in coma per un’infezione
CARRARA. L’amniocentesi alla quale si era sottoposta ne aveva messo in pericolo la vita, e portata all’aborto.
E adesso, a quasi otto anni da quel drammatico evento, la Cassazione ha messo la parola fine a una dolorosa vicenda che vide protagonista una giovane madre carrarese, confermando la condanna per il primario del reparto di ostetricia e ginecologia, Paolo Migliorini. Fra l’altro, la pena di tremesi per lesioni personali colpose e per aborto colposo, era coperta dall’indulto quando fu comminata, nel novembre del 2006. Era stata quindi una scelta dello stesso dottor Migliorini - che aveva cooperato nell’amniocentesi insieme ad una collega, anch’essa condannata in primo grado e poi ricompresa nell’indulto – di procedere sia in corte d’appello che in Cassazione. E in entrambi i casi il responso è stato lo stesso, cioé la conferma della pena di primo grado.
L’intervento di amniocentesi risale al 22 marzo del 2004, avvenne all’ospedale di Massa (non al materno infantile); secondo la ricostruzione dei giudici, vi fu una perforazione errate errata, che perforò la parete intestinale e diffuse nel peritoneo e nella sacca amniotica batteri esterichia coli, prelevati dall’ago nell’intestino.
Sul momento, la paziente non aveva accusato niente di particolare, ma al ritorno a casa, aveva avuto febbre fino a 41, dovuta a una infezione placentare, peritonite acura, villite acuta, infezione e coagulazione intravasale diffuse.
Nella sua difesa, il dottor Migliorini sosteneva che in realtà le infezioni fossero preesistenti rispetto all’amniocentesi, o che fossero dovute alla laparoscopia a cui fu sottoposta successivamente all’ospedale di Sarzana, dove era andata all’insorgere della febbre.
Da Sarzana era stata poi trasferita a Genova, in coma; e qui le avevano salvato la vita.
Il feto fu espulso nelle prime ore del 24 marzo, quindi all’incirca due giorni dopo l’amniocentesi. A detta dei giudici della Cassazione, sono da condividere le conclusioni dai consulenti tecnici, e cioé che una terapia adottata tempestivamente già dal giorno 22 su una persona giovane e non soggetta ad altre patologie, avrebbe contenuto le conseguenze lesive dell’infezione e avrebbe evitato la morte del feto.
Il ricorso quindi è rigettato, e il dottor Paolo Migliorini deve pagare le spese processuali e rifondere le spese di costituzione della parte civile, liquidate in 1.800 euro.
Il dottor Paolo Migliorini era difeso dagli avvocati Andrea Corradino e Alessandro Silvestri, la giovane madre carrarese era assistita dall’avvocato Paolo Barsotti. In primo grado, il pm dell’accusa era Leonardo Tamborini. La pena era stata cancellata con l’indulto, ma il primario aveva deciso comunque di procedere con l’appello, confidando nella piena correttezza del suo operato.
La difesa: infezione preesistente. Come detto, uno dei punti su cui si era basata la difesa era che l’infezione fosse già in atto quando era stato deciso di praticare l’amniocentesi, trattandosi di un’infezione asintomatica e quindi di difficile individuazione. Dopo essere stata dimessa dall’ospedale di Massa, la donna era tornata a casa (all’epoca abitava in un comune della Val di Magra) e solo successivamente si era sentita male.
La giovane era stata ricoverata nell’ospedale di Sarzana con la febbre altissima (41-42) e in stato di semi coma. La patologia che la stava uccidendo era la coagulazione intravasale disseminata (cid). In parole povere il sangue non si coagulava e nei vasi sanguigni e nei capillari si stavano formando microtrombi di fibrina. I medici sarzanesi l’avevano sottoposta a una laparoscopia e quando hanno visto che nella loro struttura non avrebbero avuto molte possibilità di salvarle la vita avevano deciso di trasferirla al San Marino di Genova. Qui la giovane madre riuscì a sopravvivere.
L’ambulatorio amniocentesi massese - spiegò l’Asl alcuni giorni dopo il fatto - era attivo dal 1997, e pochi mesi di quel marzo 2004 struttura e macchinari erano stati rinnovati. «In 7 anni - scrisse l’Asl - i nostri medici hanno effettuato oltre 2.000 esami. E quello della giovane è il primo caso in cui si sono verificati problemi. Ma quando si parla di esami invasivi esistono per definizione dei rischi. Per questo le gestanti vengono sottoposte all’esame su indicazione del medico curante, che lo prescrive solo in casi particolari». «Per effettuare controlli sul feto, i medici preferiscono di solito praticare uno o più screaning: l’amniocentesi implica rari ma oggettivi rischi di infezione, di rottura della sacca fetale, di emorragia intramniotica, addirittura di perforazione intestinale. È pur sempre l’inserimento di un ago nel ventre di una donna incinta», aveva aggiunto proprio il dottor Paolo Migliorini, primario di ostetricia e ginecologia dell’ospedale. «L’indagine chiarirà una vicenda che ci rammarica e stupisce - aveva inoltre detto - la giovane non è stata l’unica paziente a cui quella mattina è stata praticata l’amniocentesi. Abbiamo fatto 6 esami oltre al suo».
(m.b.)
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