Sicurezza
Volontaria “prigioniera” in Perù
Da tre giorni bloccata sulla Panamerica da uno sciopero dei minatori, con altre migliaia di persone
MASSA. “Prigioniera” in Perù, a 11mila chilometri da casa. Bloccata su un pullman, assieme a centinaia di altre persone ferme ormai tre giorni sulla Panamerica, la più importante strada del continente sudamericano, per uno sciopero dei minatori delle miniere d’oro.
I lavoratori bloccano la strada, il traffico è paralizzato, i bus – e decine – fermi. Una situazione di stallo che rischia di degenerare. Nell’indifferenza di tutti. Delle istituzioni peruviane, dei media nazionali, dell’opinione pubblica dell’ambasciata italiana (pare).
È l’avventura che sta vivendo Ilaria Cortesi, 24 anni, massese, volontaria della Fondazione Onlus La Casa de Los Ninos. Ilaria è una ragazza che alle parole preferisce i fatti. Laureata di fresco alla Scuola di Formazione sociale a Firenze, trova sul web il sito della Casa de Los Ninos, il cui scopo è aiutare i bambini nei paesi in via di sviluppo, prende contatti con essa e a metà febbraio si imbarca su un aereo per la Bolivia. È da qui che, dopo un corso di formazione parte su un pullman (un gran turismo air conditioned che nulla ha da invidiare ai nostri, non pensate a pittoreschi quanto vetusti autobus pieni di gente e di frutta e animali)diretto in Equador. Deve dunque attraversare il Perù ed è qui, il pomeriggio dell’8 maggio, sulla grande strada che costeggia l’Oceano Pacifico che trova il blocco.
Centinaia di minatori dell’oro che protestano. Sono in sciopero, chiedono - a quanto capisce Ilaria - il riconoscimento di diritti, non i contratti fasulli in base ai quali possono essere licenziati ogni mattina. E fermano ogni mezzo, interrompono l’arteria più importante del paese per fare sentire la loro voce. Senza riuscirci. «È incredibile, siamo qui da 72 ore e non si è visto un giornalista, una telecamera. Nessuno dà notizia di questa protesta, credo sia una volontà delle autorità peruviane di mettere la sordina a queste proteste», dice Ilaria. Ed è questa la prima ragione del suo appello: «Far conoscere al mondo questa situazione, le ragioni dello sciopero», dice via cellulare in chiara solidarietà con i dimostranti. «Ho provato a chiedere aiuto all’ambasciata italiana – dice ancora –ma mi hanno risposto che non possono fare nulla, di rivolgerci alla agenzia di viaggio che ha organizzato il pullman».
Con il passare delle ore, le cose peggiorano. Fermi sulla strada ci sono centinaia di bus, camion, auto private. Migliaia di persone, forse, che non possono muoversi. La situazione non è controllata, solo qualche agente di polizia che sembra non sapere che fare e neanche l’ombra di una protezione civile.
«Il cibo comincia a scarseggiare, l’acqua pure. Ci sono negozietti improvvisati, banchetti dove i prezzi dei generi alimentari sono nel giro di poche ore triplicati. All’inizio la gente solidarizzava con i lavoratori, ma adesso sento parole di rabbia, qualcuno si arma di bastoni...». I minatori, racconta ancora Irene, minacciano di tagliare le gomme ai mezzi che cercano di forzare il blocco. Qualcuno si è messo in marcia a piedi, verso Arequipa il centro importante più vicino; 7 ore di cammino, in auto. Irene preferisce di no: «È pericoloso, e poi ho il bagaglio...».
Così la giovane trascorre la seconda notte sul bus, «ci sono con me francesi, belgi americani, alcune persone anziane che hanno bisogno di medicine...». Non è spaventata, Irene, ma capisce che la situazione non è ancora sopportabile a lungo.
Ieri notte, (quando qui in Italia era già mattina), il pullman su cui viaggia Irene prov a tornare indietro, alla ricerca di un percorso alternativo. Ma trova un altro blocco: falò e massi come barriere; ed è costretto a ri-tornare indietro. «Siamo abbandonati, ci dicono che questa situazione durerà ancora molti giorni, stiamo finendo i soldi e nessuno viene a soccorrerci. Fate sapere al mondo cosa sta accadendo qui...», scrive in un sms, stavolta più preoccupato la giovane volontaria.
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