Il Tirreno

Perde il figlio nascituro, risarcita con 250mila euro

di Alessandra Vivoli
Perde il figlio nascituro, risarcita con 250mila euro

Dopo 13 anni si è conclusa la causa civile intentata da una giovane madre: per i ritardi nei trasferimenti in ambulanza da Massa a Pisa il feto morì

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CARRARA. Due vicende distanti nel tempo e diversissime per gravità, ma entrambe legate al mondo della sanità. La prima: per i ritardi dell’ambulanza, nel trasferimento dall’ospedale di Massa alla clinica universitaria di Pisa, ha perso il suo bambino, poco prima che nascesse. La donna era, infatti, al nono mese di gravidanza. Adesso, dopo 13 anni, il tribunale di Carrara, ha stabilito che lei e il marito dovranno essere risarciti dall’Asl per oltre 250mila euro. La storia prende le mosse 13 anni fa e, dopo un lungo iter giudiziario, si è conclusa soltanto adesso con la condanna al risarcimento nei confronti dell’Asl. La donna protagonista di questo caso di malasanità segnalato al Tribunale del malato carrarese, era alla sua prima gravidanza. Quel figlio lo aveva tenuto in grembo per quasi nove mesi poi, all’ultimo controllo, c’erano stati dei problemi. Le contrazioni prima del termine, dolori molto forti, quasi come se si fosse già aperto il parto, e, infine, la corsa all’ospedale di Massa: qui l’avevano stabilizzata e i medici poi avevano deciso di mandarla all’ospedale dell’Università di Pisa. Ma per la donna, all’epoca dei fatti 28enne (siamo nel 1999) è cominciata un’odissea, terminata tragicamente. L’ambulanza del 118 è stata chiamata alle 20: il mezzo, però, è arrivato in ospedale a Massa solo un’ora dopo e senza medico a bordo. Per raggiungere Pisa ci ha impiegato quasi due ore perché, come è stato poi riferito nel corso della causa civile, ci sono stati problemi a trovare l’ospedale pisano che, come ha fatto notare l’avvocato Fondi doveva essere un itinerario ben noto a chi guidava le ambulanze. Quando, dopo le 23, la donna è giunta in astanteria per il ricovero, per il suo bambino ormai era troppo tardi. La creatura che portava in grembo non dava segni di vita, non c’era più battito. Il bambino era morto.

Uno choc per la giovane madre che ha deciso di intraprendere una causa civile, nei confronti dell’Asl. O meglio del 118 che si era mosso accumulando ritardi su ritardi, non consentendole di essere ricoverata in tempo. La causa è cominciata nel 2003: la giovane madre è stata assitita dall’avvocato Gianluigi Fondi, presidente del Tribunale del malato. La sentenza è arrivata pochi giorni fa, ed è firmata dal giudice Maurizio Ermellini e ha stabilito che l’Asl dovrà provvedere al risarcimento dei due genitori, con oltre 250mila euro.

Notte insonne, la guardia medica non arriva. «Ho passato una notte insonne, a causa degli atroci dolori a una spalla: ma la Guardia medica non è venuta a farmi l’iniezione prescritta dal mio medico». La denuncia arriva da una donna di 39 anni, Daniela. «Ho 39 anni e già una lunga odissea alle spalle - scrive la donna - Sono stata operata a Lione nel 1989 a soli 16 anni per una grave scoliosi, mi hanno messo le barre di Harrington che porto ancora oggi. Adesso, dopo quasi 20 anni sono iniziati a farsi sentire i primi dolori, perche avendo le barre, solo le ultime tre vertebre sono libere e quindi tutto il peso della mia schiena viene sopportato solo da questa parte. Tutto è cominciato con una lombo sciatalgia, poi dolori sempre più forti. Ho avuto per mesi una gamba quasi immobilizzata, come fosse congelata, non riuscivo a camminare. Ora ho l'artrosi da circa 3 anni: tutto documentato con cartelle cliniche, radiografie, tac e cure a base di cortisone. Ho un’invalidità del 67%: ma da due anni me l’hanno revocata, non ricevo più la pensione». «Da due giorni - continua - ho un forte dolore alla spalla destra e alla scapola. E’ una situazione disperata, tutto questo mi ha fatto venire anche un esaurimento. Sono qui che piango per i dolori e sono notti che non dormo più. Ieri notte ho chiamato varie guardie mediche per farmi fare una puntura di antidolorifico: secondo i medici avrei dovuto andare da loro a farmi fare la ricetta, poi alla farmacia di turno e, infine, tornare a farmi fare la puntura. Ma se non riesco a muovermi come faccio? E così ho dovuto passare la notte insonne, aspettare che stamani il mio compagno potesse andare a prendermi l’iniezione».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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