Sicurezza
«Mi ha sparato sei volte, ma l’ho fermato lo stesso»
Renatone racconta la notte da incubo: lo conosco bene, non so perché lo ha fatto «Il mio pensiero era soltanto per la mia compagna, incinta di nove mesi»
MASSA. Quarto piano dell’ospedale di Massa, reparto di chirurgia uomini. Mirco Dell’Amico, 40 anni, ovvero Renatone, e Mauro Mignani, 48 anni, sono in due stanze diverse. Ma vicinissimi. Renatone è attorniato dagli amici e dai parenti, Mauro è piantonato da due carabinieri. L’ex sindacalista è quello messo peggio, ma è anche l’unico che è stato arrestato. Mirco si è soltanto difeso. Nonostante l’aggressione subita Dell’Amico, appassionato tifoso di Genoa e Massese, è tranquillo: «Lo stavo ammazzando - dice ai cronisti -, ma quando ho visto chi era mi sono fermato. Non potevo uccidere il padre di due ragazze che hanno già sofferto tanto perché sono state malate. Non me lo sarei mai aspettato che proprio lui potesse tentare di farmi del male, eppure è successo. Abbiamo lavorato anche assieme, eravamo amici. Non so proprio cosa gli sia scattato nella testa».
Quando vi eravate visti l’ultima volta?
«Poche ore prima. Io avevo finito di arbitrare una partita di calcetto e prima di rientrare a casa dove c’era Laura ad aspettarmi mi sono fermato al bar per chiedere cosa aveva fatto il Real Madrid. Mauro stava giocando, ci siamo salutati e io gli ho fatto una battuta. Poi sono andato via».
Che genere di battuta?
«Una schiocchezza, sul gioco che stava facendo. Come si fa tra conoscenti».
Quando hai capito che era lui che ti aveva sparato?
«Alla fine, quando lo avevo già picchiato e stavo per dargli un pugno in piena faccia. L’ho visto e mi sono fermato».
Quanti colpi ti ha sparato?
«Sei, sembravano non finire più. Quello che mi ha fatto più male all’inguine. Sul piede non l’ho neppure sentito».
Dove hai trovato la forza per reagire?
«C’era Laura in casa, non potevo rientrare e così ho deciso che la migliore difesa era l’attacco. L’ho preso subito e avevo una rabbia in corpo che mi faceva stare in piedi nonostante il dolore. Per fortuna mi sono fermato, altrimenti...».
Perché Mignani ha preso la pistola e di notte è venuto a cercarti per spararti?
«Me lo chiedo anche io perché. Credetemi che tra di noi non ci sono mai stati degli screzi, siamo amici. Anzi, conoscenti. Quando ci vediamo per strada ci salutiamo, a volte ci fermiamo anche a parlare. Io non so se ha capito male quello che ho detto al bar, ma quando me lo sono trovato di fronte mi sembrava parecchio alterato. Forse aveva bevuto. Sono domande che dovreste fare a lui, non a me».
Adesso come stai?
«Io? Sto bene, se mi fanno uscire domani (oggi, ndr) torno anche a casa. Ho sentito di più il colpo alla coscia, gli altri bossoli sono usciti, mentre quello è rimasto sotto il muscolo. Un male pazzesco e i medici non lo trovavano. Vabbé per fortuna sono ancora qui a raccontare questa cosa. Ho bisogno di tranquillità, a giugno torno a lavorare in Asmiu e non vedo l’ora che nasca mia figlia».
E a Mignani cosa dici?
«Io non devo dirgli niente. Per fortuna siamo vivi tutti e due, ma credetemi che io non riesco proprio a capire per quali motivi mi ha sparato».
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