Sicurezza
«Verità su mio marito, cremato al Mirteto»
Lettera aperta di una vedova alle persone coinvolte nello scandalo scoppiato al cimitero di Massa
PONTREMOLI. «Mio marito mi aveva chiesto, poco prima di morire, di porre l’urna con le sue ceneri sotto un albero del nostro giardino, dato che amava tantissimo la natura. Così ho fatto, o meglio, credevo di avere fatto, almeno fino a prima dello scandalo scoppiato al cimitero del Mirteto di Massa, dove appunto mi ero rivolta per effettuare la cremazione. Adesso, però, alla luce di quanto accaduto, mi domando se, davvero, in quella specie di barattolo che mi hanno dato, ci sia quanto resta di mio marito».
Giovanna Bianchi Ambrosi è la vedova di Renato Reggi, conosciutissimo in città sia per la sua lunga attività nel commercio che per la passione innata verso la montagna. Renato Reggi morì nel 2007: aveva 80 anni ben portati e fino agli ultimi giorni di vita era perfettamente lucido, al punto di chiedere alla consorte di esaudire il suo ultimo desiderio, ossia di fare cremare il corpo e porre le ceneri nel giardino di casa.
«Il 13 aprile del 2007 - racconta la signora Giovanna - mio maritò spirò e tre giorni dopo venne effettuata la cremazione del corpo al cimitero del Mirteto di Massa. Poi mi venne consegnato un assurdo ed enorme contenitore, quasi un barattolo, con dentro, così mi dissero, le sue ceneri. La cosa mi parve quantomeno strana, ma poi, vinta dal dolore, non ci ripensai. Ma è stato lo scandalo delle cremazioni, scoppiato al cimitero del Mirteto, a farmi ripensare ad alcune cose».
Così Giovanna Bianchi Ambrosi, costituitasi parte civile al processo in corso al tribunale di Massa, relativo appunto alle cremazioni, ha deciso di scrivere una lettera aperta, rivolta a chi, seppure a vario titolo, è rimasto coinvolto nello scandalo cremazioni.
«Una lettera con tante domande - aggiunge la vedova - che di certo non avranno risposta, che mi sono sentita di scrivere al ritorno a casa dopo l’ultima udienza in tribunale, avvenuta mercoledì scorso a Massa. In tale circostanza ho incrociato lo sguardo di alcuni degli imputati: occhiate che mi hanno indotta a prendere carta e penna e scrivere qualcosa».
Ed ecco quanto scritto dalla vedova di Renato Reggi.
«Avete la mia compassione! La vita è lunga, spero per voi in modo particolare! Così avrete il tempo per riflettere. Siete capaci di soffrire? Nessuno conosce veramente se stesso fino a quando non ha sofferto. Siete capaci di riconoscere la differenza tra il bene e il male? Si vive per capire le cose. Avete cercato di sapere perché vivete? Vi fate delle domande? Le risposte essenziali le troverete dentro di voi? Siete ancora capaci di sperare? E in cosa? Avete fede? In ciò che fate ci mettete la passione? Con quello che ho visto in televisione, potrei dire con cattiveria, rabbia e bestialità! Ma compassione per quei poveri resti, proprio niente? Sono orfana di guerra di madre e di padre. Ho visitato due campi di concentramento. Forse quanto compiuto dai carnefici di Dachau e Auschwitz è stato fatto perché erano incapaci di ribellarsi alla stupidità di criminali. Si fa tanto per ricordare il giorno della memoria. Sapete dove nascondervi in quelle ricorrenze? Ogni sera quando tornate a casa, ci pensate a come sarete accolti? Siete capaci di guardare negli occhi i famigliari, i bambini, le madri, le mogli? Perché, soprattutto, ricordatevi che i figli anche piccoli giudicano e saranno sempre in diritto di giudicarvi».
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