Il Tirreno

Udc: ridurre l’Imu sulle imprese agricole

Il gruppo consiliare in Regione chiede al presidente Rossi di intervenire presso il Governo

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VILLAFRANCA. Mentre si avvicina la scadenza per versare la prima rata della tanto temuta Imu, prendono campo le varie prese di posizioni.

«Si parla di gestione e conservazione del nostro territorio ormai abbandonato, di valorizzazione dei prodotti tipici della Lunigiana, di filiera corta, di vendita a km zero, di nuove opportunità di lavoro per donne e giovani nel settore agricolo e poi, con l’Imu agricola, si aumenta la tassazione a coloro che hanno avuto la forza ed il coraggio di investire in un lavoro faticoso e impegnativo che lascia poco spazio al riposo e non da garanzie di profitto» sostiene Sabrina Albericci, coordinatrice Udc della Lunigiana.

«Per questo, lo scorso 5 aprile - aggiunge - il gruppo consiliare Udc della Toscana ha presentato una mozione che impegna il presidente Rossi e la giunta regionale ad attivarsi presso il Governo per rivedere l’applicazione dell’Imu agricola e presso i Comuni toscani affinché venga applicata l’aliquota minima in modo da diminuire, per quanto possibile, il peso del prelievo fiscale sulle imprese agricole. Occorre sottolineare che il pagamento dell’Imu agricola avviene in un momento caratterizzato da un forte aumento dei costi energetici, dal caro-gasolio, dall’incremento dei costi del lavoro e dei contributi, dall’aumento dell’Iva e dalle difficoltà di mercato delle principali produzioni agricole; fattori che potrebbero portare alla cancellazione di molte piccole imprese agricole lunigianesi.

«L’assurdità - conclude Sabrina Albericci - è che l’Imu agricola interesserà i caseggiati rurali, anche pericolanti e inagibili, così come le stalle, i fienili, i pollai cioè immobili a uso produttivo, che quindi non possono essere valutati un’accumulazione di ricchezza patrimoniale e riguarderà anche i terreni pianeggianti coltivati; in questo caso la cifra indicata per l’esborso dell’Imu si avvicina in media ai 100 euro a ettaro che corrispondono, nel migliore dei casi, a un quarto dell’utile proveniente dalla coltivazione, senza considerare le possibili diminuzioni di reddito legate al cattivo andamento della produzione e a un contenimento della domanda dovuto al periodo di crisi economica che tutti noi stiamo vivendo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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