Il Tirreno

Truffata dagli indiani La storia della Stone One

Truffata dagli indiani La storia della Stone One

L’azienda è licenziataria di un brevetto che annulla i difetti dei blocchi di marmo E’ possibile fare lastre di un solo centimetro per l’utilizzo nei compositi

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MASSA CARRARA.

Sembrava fatta: rilanciare e far tornare in attività la Stone One srl di Avenza fallita nel 2010 a causa di una truffa subita da una società indiana del marmo. Una truffa da un milione di euro che costrinse l’imprenditore Giuseppe Marocco a portare i libri in Tribunale della sua creatura, un’azienda licenziataria di un brevetto internazionale che ha aperto, anche se a fatica, uno scenario nuovo riguardo il trattamento dei materiali lapidei difettosi.

Sembrava fatta perché Marocco aveva trovato un gruppo di investitori pronti a rilevare gli impianti della Stone One ed era stato raggiunto un accordo di massima anche con la curatela fallimentare (il dottor Roberto Ricci). Al momento però di cacciare moneta (nel febbraio scorso), uno dei soci si è tirato indietro e l’intesa è saltata. Marocco però non demorde ed è di nuovo a caccia di investitori per la Stone One .

Il brevetto. Una storia interessante quella della Stone One perché parte da un progetto di innovazione tecnologica che apre scenari nuovi nel mondo del marmo.

Marocco, tramite la Geo srl, società con uffici a Massa, detiene brevetti in vari settori. In quello lapideo dispone di un brevetto internazionale (registrato nel 2005) per il trattamento di marmi, graniti e onici. Oltre a fornire la licenza d’uso del brevetto e il know how la Geo progetta e fornisce gli impianti necessari per implementare la tecnologia.

In sostanza di tratta di un procedimento che, in primo luogo, risana il cuore dei blocchi di marmo o pietra consentendo poi, con un altro trattamento, la produzione di lastre spesse un centimetro o meno e quindi di peso ridotto. In sostanza, secondo il suo inventore, si elimina o quasi il problema degli scarti e anzi si rende lavorabile qualsiasi tipo di pietra. Magari anche per il lancio di compositi (sottili lastre di marmo in un panino di vetro: un prodotto molto bello a vedersi e resistente nel tempo) che potrebbero aprire strade commerciali finora poco percorse.

Il problema delle fratture dei blocchi, delle imperfezioni interne, finora è stato tratto con diversi metodi: dall’incollaggio di lastre di materiale sano sopra il blocco e sulle testate per collegare parti del blocco separate da discontinuità strutturali al contenimento del blocco in una cassa di legno aperta nella parte superiore con colata di resine al suo interno. O ancora, tecniche di creazione di vuoto intorno al blocco per favorire meglio l’assorbimento delle resine.

Il processo della Geo utilizza vuoto e pressioni in autoclave e ha come risultato, secondo Marocco, la produzione del 100% di lastre intere e coerenti con possibilità di taglio di lastre di un solo centimetro, aumentando la resa di metri quadri per metro cubo. Le lastre vengono poi trattate a pacco e alla fine del procedimento ogni lastra è impermeabile a liquidi e gas, caratteristica essenziale per poter produrre materiali compositi di qualità e durevoli nel tempo.

Una piccola rivoluzione nel lapideo che però ha fatto breccia per ora solo in un numero limitato di imprese.

Gli indiani. Nel brevetto ci ha creduto subito una grossa società indiana del lapideo. Una collaborazione che sembrava destinata in un primo tempo ad avere grandi sviluppi ma una volta installati i macchinari gli indiani hanno cancellato l’accordo i servizio. E la Stone One si è trovata con un buco che non ha potuto poi colmare. La denuncia per truffa, inoltrata alle autorità indiane è sempre lì. E se guardiamo all’oggi, alla vicenda dei nostri marò, le speranze di avere giustizia sono proprio al lumicino.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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