Il dolore
«L’articolo 18 non si tocca» Nuovo Pignone in strada
Paralizzate via Dorsale e viale Mattei . Per due ore gli operai contestano Monti La rsu: «Preoccupati anche per gli ammortizzatori sociali, rischiamo la fame»
MASSA. Un centinaio di lavoratori della Nuova Pignone hanno bloccato il traffico di Massa nelle ore più calde: dalle dieci a mezzogiorno. La protesta contro la riforma dell’articolo 18 ha compattato le tute blu che hanno dato vita a un serpentone che ha strisciato lungo via Marina Vecchia, viale Mattei per poi tornare su e rientrare in fabbrica da via Dorsale. Manifestazione senza incidenti, anche se qualche brivido lungo le schiene delle forze dell’ordine c’è stato quando il corteo si è avvicinato al casello della A12. Il timore è che qualcuno decidesse di bloccare l’ingresso, ma stavolta nessuno ha fatto colpi di testa e quindi la manifestazione si è concluso come era iniziata: all’insegna della tranquillità.
A parlare per tutti è l’esponente della rsu della Fiom, Eraldo Aliboni: «Chiaramente contestiamo la modifica dell’articolo 18 così come è stata proposta dal governo Monti. Il licenziamento per motivi economici non può prescindere dalla decisione di un giudice. Se lui decide per il reintegro l’azienda deve rispettare la sentenza e non risarcire economicamente». Ma non è soltanto questo il tasto dolente. E Aliboni vuole essere chiaro: «Siamo scesi in piazza per chiedere di aumentare la copertura degli ammortizzatori sociali universali anche verso lavoratori precari. Ma poi occorre ripristinare 3-4 anni di mobilità per i lavoratori over 50, altrimenti si rischia di andare in pensione con mensili da fame». Gli altri punti li chiarisce un comunicato della Fiom: «Per riformare le pensioni partendo dall'assenza delle normative sui lavoratori precoci e sui lavori usuranti; per la salvaguardia garantita di accesso al sistema pensionistico ante riforma Monti per i lavoratori in mobilità e Cigs; per un piano straordinario di politiche industriali per tornare a crescere e uscire dalla crisi partendo dalle aziende pubbliche come Finmeccanica».
Per capire la preoccupazione di chi passa le giornate in fabbrica, pur di portare i soldi per «campare la famiglia», basta attraversare il corteo che muove i primi passi dai cancelli della fabbrica: «La scusa dei motivi economici, in tempi di crisi come questo - dice Luca - apre le porte ai licenziamenti. Dobbiamo dire no per dare un futuro ai nostri figli, ma soprattutto per non vivere con l’angoscia di essere messi alla porta da un momento all’altro». I compagni che sfilano insieme a lui annuiscono. Ma stavolta tra le tute blu più che la rabbia «per l’ennesima ingiustizia subita» c’è preoccupazione. Sono soprattutto i cinquantenni ad avere paura: «Un anno e mezzo di ammortizzatori sociali per noi può voler dire restare senza soldi a troppi anni dalla pensione. E con il sistema contributivo saranno dolori, come faremo ad andare in pensione con un assegno dignitoso?». E qui Cipputi applaude, anche se l’alone di tristezza resta perché stavolta l’articolo 18 è stato spazzato via senza troppi giri di parole. «Monti dice che se non passa la riforma va via? - si stupisce un operaio - Pazienza, la democrazia è un’altra cosa. A decidere deve essere il parlamento, non un governo tecnico. Poi voglio vedere con che faccia ci guarderanno i nostri politici». E si torna in fabbrica.
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