Il Tirreno

Conto azzerato, fa causa a tre banche

Conto azzerato, fa causa a tre banche

Perde 2 milioni di euro: «Un loro dipendente faceva operazioni non richieste e incassava assegni senza il mio consenso»

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MASSA. Pensava che i suoi soldi fossero al sicuro: in banca e “nelle mani” di un professionista capace. Invece - racconta - quei 2 milioni di euro sono scomparsi: «Firme mai apposte, trasferimenti, assegni mai siglati ma intestati per decine di migliaia di euro a parenti e amici del professionista (che li incassava), operazioni finanziarie non consentite. La garanzia di aver acquistato quote societarie in realtà inesistenti». Un’infinità di operazioni che - spiega la correntista - lei non ha mai autorizzato e l’impiegato avrebbe effettuato al posto suo. Oltre alla creazione di conti a suo nome di cui lei non sapeva - assicura - assolutamente nulla. Conti che - ipotizza - sarebbero stati utilizzati per movimentare denaro e titoli. Lei si vede arrivare l’estratto conto: i soldi sono pochi - ma - racconta - le viene detto dall’impiegato di fiducia che il resto è investito. E frutta. Invece nel 2010 la donna scopre che qualcosa non va: «Un prelievo di 80mila euro per entrare in una società - chiarisce - ma io il prelievo non l’ho mai fatto e nella società non ho quote». Si accorge di essere senza un centesimo.

Certo - lei non ha dubbi - l’impiegato, con ruoli di responsabilità in varie banche, ha fatto la sua parte. Tanto che a suo carico è partita una denuncia penale. Ma - la correntista lo ribadisce - le banche presso cui ha lavorato non hanno verificato a dovere. Così la signora, massese, è passata dalle parole ai fatti. Si è rivolta allo studio legale del professor Adriano Martini e contro tre istituti ha promosso una causa civile per risarcimento danni. Ritiene che ci sia una responsabilità oggettiva delle banche che, come datori di lavoro, avrebbero dovuto - chiarisce - accertare l’operato del dipendente.

Tutto comincia nel 2000. La donna, dal Nord torna a Massa, suo padre muore e lei diventa cointestataria, con la madre, di un conto corrente da 600mila euro presso la filiale di Marina di Carrara della Banca popolare di Novara. Per gestirlo si affida ad una persona di fiducia, la stessa su cui contava suo padre. Poco dopo apre un conto tutto suo: altri 500mila euro a cui negli anni se ne aggiungeranno ancora. La signora vende case e il ricavato finisce in banca. Fino ad un totale di 2 milioni.

La vita non le sorride: dal 2000 al 2005 tre lutti le sconvolgono l’esistenza. E il denaro per lei - racconta - diventa l’ultimo dei problemi. Del resto - ricorda- conta su una persona di fiducia che l’ha sempre fatta sentire un cliente particolare, trattata con riguardo. Così quando il dipendente (ora impiegato a Pisa ) si sposta da un istituto all’altro, lei lo segue. Dalla Popolare di Novara - ricostruisce - alla Banca apuana di Credito cooperativo a Massa, alla BipopCarire di Marina di Carrara (poi confluita in Unicredit), alla filiale Hypobank Alpe Adria. Peccato però - così ricostruisce la protagonista - che proprio la fiducia e il dolore per le perdite subìte l’abbiano trasformata in una facile preda. Nel 2010 scopre che non ha più un centesimo. Si attiva, va verifiche, richiede documentazioni e, quando le ottiene, promuove tre cause civili: contro la Banca Apuana di credito cooperativo, contro la Unicredit e contro la Hypobank Alpe Adria. Non contro la Banca popolare di Novara perchè - spiega - «non ho ancora la documentazione per ricostruire le movimentazioni». Le cause muovono i primi passi: la donna spera di ottenere almeno una parte del denaro.

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