Finanza
Una via tutta abusiva, due case da buttare giù
Il Comune ha acquisito le abitazioni dei Guadagnucci, ma il Tar ha detto no Le palazzine sono state costruite nel 1987. Poi arrivarono due vigili urbani...
MASSA. La premessa da fare è che i due edifici di via Ospedaletto 64, dove abitano le famiglie Guadagnucci, sono abusive. E quindi i proprietari, che sapevano di costruire su un terreno agricolo e non hanno chiesto il condono, hanno torto. Detto questo, però tra il bianco e il nero e il giusto e lo sbagliato passa una vasta gamma di colori e di sfumature. La più importante delle quali è che buttando giù gli edifici resterebbero in mezzo a una strada otto persone e Maurizio Guadagnucci, 47 anni, perderebbe anche il lavoro, visto che la sua officina è un capanno che lì non dovrebbe esserci. Ma che lì c’è dal 1987.
È un braccio di ferro estenuante quello tra il Comune di Massa e queste tre famiglie che da anni vivono temendo l’arrivo delle ruspe. Da quando nel 1987, mentre loro stavano costruendo, arrivarono in via Ospedaletto due vigili urbani. Gli agenti comunicarono che c’erano degli esposti, probabilmente di vicini infastiditi da quei cantieri. Poco male pensarono i Guadagnucci, si può condonare come hanno fatto tutti e infatti l’occasione arriva con il primo governo Berlusconi, nel 1994. Destino ha voluto però che proprio mentre il Cavaliere annunciava la possibilità di regolarizzare le costruzioni fantasma ecco che il capo famiglia, Sergio, oggi settantenne, veniva colpito da ictus. Sei mesi in ospedale e nessuno che pensava più al condono. È stato un treno che chi abita in via Ospedaletto 64 non dovevano perdere. Infatti nel 2001 arriva la comunicazione del Comune di Massa che dice di aver acquisito gli immobili. I Guadagnucci però avevano fatto ricorso al Tar e il tribunale amministrativo dice che quell’acquisizione è ingiusta perché c’era un procedimento in corso. «Sembra assurdo - spiega Emanuela Guadagnucci, moglie di Maurizio, mentre mostra decine di fogli e carte bollate -, ma prima ci danno la fornitura di corrente elettrica, la residenza e ci fanno pagare la partita iva per l’occupazione di mio marito. Poi tutto d’un tratto ci dicono che qui non ci possiamo stare. Ma siamo in mezzo a decine di case diventate regolari in un secondo tempo, non è possibile questa diversità di trattamento. Ci hanno chiesto duecento euro al mese di affitto e in più dodicimila euro di arretrati. Stavamo per pagare, poi il Tar ha bloccato tutto perché il Comune non doveva mandarci quegli atti».
Maurizio ed Emanuela avevano pensato di costruire anche il secondo piano della loro casetta, giusto per avere il figlio accanto: «Volevamo dargli qualcosa - spiegano i genitori -, ma ci siamo fermati. Se ci buttano giù tutto che senso ha rifinire quei vani?». E infatti il secondo piano, senza infissi e con i mattoni in vista serve da maxi stenditoio.
Lì i Guadagnucci ci mettono i panni ad asciugare, davvero uno spreco. Dall’abbozzo di scaletta si arriva però a una sorta di poggiolo senza ringhiere. Ed è qui che Maurizio porta tutti quelli che vogliono conoscere la sua storia (oltre ai giornalisti, un avvocato e un geometra che lo stanno aiutando): «Guardate tutte queste case che ci sono attorno alla nostra - indica - terreno agricolo il mio, terreno agricolo il loro. C’è chi ha costruito un attimo prima del condono eppure è riuscito a farla franca. E c’è chi il condono non lo ha chiesto ma nessuno gli contesta nulla. Mi devono soltanto spiegare per quale motivo dobbiamo pagare soltanto noi».
Maurizio racconta tutto quello che si ricorda e se ci sono dei punti che non conosce chiede aiuto ad Emanuela: «Quando ci hanno mandato quella lettera? - domanda - Quando sono venuti i vigili urbani? Quando abbiamo pagato quei seimila euro al Comune per le due case e il capannone?». La donna ogni volta va in camera, apre una cartellina verde e tira fuori il documento giusto. L’ultimo saluto è a Sergio, il capofamiglia, che invalido al cento per cento, se ne sta seduto a leggere il giornale che ha appoggiato sul tavolo perché non può tenerlo in mano. Il settantenne alza gli occhi e saluta cordialmente. Non parla, ma la sua espressione dice più di ogni parola.
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