Proteste
Suv pirata, l’indagato è un cinquantenne
Ancora un dettaglio degli inquirenti sull’uomo sospettato di aver ucciso l’avvocato Diego Prandina
MASSA. Ancora non si risolve il giallo del Suv pirata che ha ucciso, in via dei Mori, l’avvocato Diego Prandina. Esattamente sei mesi fa. I carabinieri del nucleo investigativo e il sostituto procuratore Vito Bertoni stanno indagando su un uomo, un cinquantenne. E lo hanno iscritto nel registro degli indagati. Come è ovvio che sia per fare tutti i rilievi del caso. Ma manca ancora la prova principale. Quella che gli americani chiamano la pistola fumante. Ovvero la traccia che conduce, senza ombra di dubbio, al colpevole. Tanto per fare un esempio è come se su un puzzle di mille tessere gli inquirenti ne avessero messi al loro posto seicento. Si capisce cosa c’è raffigurato ma occorre definire tutti i dettagli. Anche perché non c’è fretta, visto che il sospetto indagato non è un soggetto pericoloso. Anche se ha dei precedenti con la giustizia e per questo non si è consegnato alle forze dell’ordine: rischiava di finire in carcere.
A conoscere l’identità del sospetto, oltre alle forze dell’ordine c’è anche la compagna di Prandina, Sonia Bertolucci: «MI hanno fatto delle domande su una persona e io ho risposto - spiega -. Ma non è un mio amico. Comunque prima di fare dei commenti aspetto che si concluda questa vicenda per me e mio figlio dolorosa».
Nei giorni scorsi il procuratore capo, Aldo Giubilaro, era stato perentorio: «Chi ha investito e ucciso l’avvocato Diego Prandina deve sapere che ormai conosciamo tutto di lui: sappiamo dove abita, sappiamo che la sua macchina è ferma da mesi e sappiamo anche che prima dell’incidente passava contromano da via dei Mori. È soltanto questione di tempo, pochissimo tempo, e lo prenderemo. Gli conviene consegnarsi spontaneamente, anche perché la sua posizione è già grave così. Se non collabora rischia di comprometterla ancora di più».
I periti hanno rilevato, nelle tracce lasciate sull’asfalto dal Suv che è fuggito dopo aver travolto e ucciso il legale spezzino, dei pollini di una pianta equatoriale che non è presente né nella provincia apuana né in nessun altro luogo in Italia. Sono presenti, invece, in un paese all’estero dove la persona sospettata si reca spesso per motivi di lavoro. Un elemento in più che stringe ulteriormente il cerchio e che prelude a un imminente intervento dei militari. È un tassello questo che lascia pochi dubbi sulla validità del castello accusatorio costruito mattone su mattone.
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