Il Tirreno

l’appello della psicologa

«Superiamo la diffidenza e aiutiamo gli stranieri»

«Superiamo la diffidenza e aiutiamo gli stranieri»

MASSA. Il senso profondo di solitudine, l’impressione che la vita sia troppo dura e, all’improvviso, la certezza che non puoi farcela. Storie di disagio: Olga Kogut muore di stenti in una tenda, ai...

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MASSA. Il senso profondo di solitudine, l’impressione che la vita sia troppo dura e, all’improvviso, la certezza che non puoi farcela. Storie di disagio: Olga Kogut muore di stenti in una tenda, ai bordi della ferrovia, con la sua creatura in grembo.

Qualche giorno e siamo costretti ad interrogarci di nuovo, a chiederci come sia possibile non aver visto tanto dolore. Una mamma di due bambini, in attesa del terzo, romena, tenta di togliersi la vita. Perchè tanto dolore?

Raffaella Carla Ragaglini, psicologa, descrive una società in cui «il disagio è dilagante, con un’incidenza maggiore sulle fasce più deboli. E spesso - aggiunge - i più deboli di tutti sono proprio gli stranieri, costretti a fare i conti anche con la diffidenza. Il nostro è un sistema che tutela le minoranze, ma spesso il carico che deve reggere è eccessivo». Tradotto: tante persone che hanno bisogno, ma risorse, umane ed economiche, limitate.

Non solo - e la psicologa lo spiega con chiarezza - ci sono periodi particolari in cui il bisogno di sostegno aumenta. E uno di quei periodi, per una donna, è sicuramente la gravidanza. «Diventano fondamentali - chiarisce Raffaella Carla Ragaglini - i riferimenti affettivi e parentali. Ma chi è straniero spesso quei riferimenti non li ha, allora il servizio pubblico, il sostegno delle strutture diventano l’unica garanzia di supporto». L’unica possibilità di farcela. E se ci sono gruppi etnici - senegalesi o magrebini - che si strutturano in comunità, capaci di garantire auto aiuto, molti stranieri sono completamente soli. Il resto lo fa, appunto, la nostra diffidenza: «Nonostante la volontà, manca spesso l’inclusione». Ecco allora l’unica “compagnia”, l’unico conforto alla solitudine: l’alcol. Per Olga, ucraina, per la ragazza romena che ha tentato il suicidio: «Nei paesi dell’Est - conclude la psicologa - c’è una discultura nella dipendenza da alcool. Prima usato per combattere il freddo, poi per sconfiggere il dolore». Un dolore che, invece, non se ne va. (c.s.)

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