Il Tirreno

Muore dopo la nascita, tre persone a processo

Una ginecologa e due ostetriche sono accusate di omicidio colposo Per il pubblico ministero avrebbero dovuto praticare un taglio cesareo

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MASSA. Un piccolino, arrivato al mondo al reparto materno infantile in una notte dell’aprile 2009, con gravi difficoltà respiratorie. Trasferito d’urgenza al Meyer di Firenze, se ne va 20 giorni dopo. Una brutta storia finita nella aule di tribunale con due ostetriche (Annamaria Croce, ora in pensione e Francesca Musetti) e una ginecologa (Ivonne Paita) a processo con l’accusa di omicidio colposo. I genitori, liguri ma residenti a Carrara all’epoca dei fatti, si sono costituiti parte civile (rappresentati dai legali Luca Pietrini e Barbara Bocca). Secondo loro se, un’ora e mezzo prima del parto naturale, fosse stato praticato un taglio cesareo, il loro bambino potrebbe essere ancora vivo. È stata proprio la mamma, infatti, con una querela, a mettere in moto l’indagine, affidata al pubblico ministero Alessandra Conforti (sostituita in aula dal collega Vito Bertoni) che ha disposto la riesumazione e la ricognizione del piccolo cadavere.

Disposta anche una consulenza del professor Giusti e del dottor Nardini, entrambi dell’Università di Pisa. Su quella consulenza si fonda l’ipotesi dell’accusa. Tutto ruota intorno al tracciato cardiotocografico. Un termine tecnico per indicare il cosiddetto monitoraggio, il rilevamento dell’attività cardiaca fetale e delle contrazioni uterine. Per i due periti, ascoltati in udienza, il tracciato avrebbe indicato una sofferenza respiratoria del piccolo tale da indurre, appunto, ad un cesareo. E proprio la decisione di proseguire con un parto naturale sarebbe - sempre secondo l’accusa - la causa dell’ipossia del bambino alla nascita. Vale a dire della sua difficoltà respiratoria.

Diverse chiaramente le posizioni della difesa. Sia le ostetriche (difese dal legale Paolo Fraschini), sia la dottoressa (difesa, invece, dall’avvocato Andrea Corradino) si sono affidate a consulenti di parte che hanno steso perizie dettagliate sul tracciato. E quelle perizie saranno oggetto delle prossime udienze. Le tre imputate, in ogni caso, in aula hanno esposto la loro versione dei fatti, spiegando che nel tracciato non hanno rilevato alcun elemento che facesse presumere pericoli per il nascituro. Due gli aspetti che dovranno essere chiariti in sede processuale: il primo riguarda l’analisi tecnica del tracciato e su questo fronte tutto si giocherà in termini di perizie (non è da escludere che anche il giudice ne disponga una). Il secondo nodo attiene, invece, alle responsabilità e alla competenze di ostetriche e ginecologa. Tradotto: chi doveva fare che cosa. Le ostetriche riferiscono di aver seguito il protocollo e di aver richiesto l’intervento del medico. Una, in particolare, avrebbe chiesto la presenza della dottoressa per avere precisazioni su un dettaglio - non preoccupante ha sottolineato in aula - del tracciato. Diversa la ricostruzione fornita dalla ginecologa. Il medico di reparto, infatti, non segue tutto il travaglio, ma controlla periodicamente le condizioni della donna e assiste al momento del parto. Salvo intervenire in caso di pericolo. Bene, la professionista ha riferito di aver visitato due volte la donna, alle 22 e 15 circa e a mezzanotte, di non aver ravvisato nulla di preoccupante e di non essere stata contattata nel periodo di tempo intercorso tra l’ultima visita e il parto. Contribuiranno a fare chiarezza le consulenze di parte, stese da un professionista di Bergamo (per le due ostetriche) e da uno di Firenze ( per la ginecologa).

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di Redazione Pisa