Il Tirreno

Syntech, quando il futuro è solo nero

di Melania Carnevali

Gli operai in assemblea parlano con i sindacati, il sindaco Pucci e l’assessore della provincia Parrini: «Aiutateci voi»

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MASSA. Che un settore come quello della produzione di mobili sia, in un periodo di crisi economica, in declino, è abbastanza normale. Ma che a pagare siano sempre gli stessi, è una questione opinabile. A sostenerlo sono gli operai della SynTech, riunitisi ieri in un'assemblea, a cui hanno partecipato oltre ai rappresentati di categoria anche il sindaco Roberto Pucci e l'assessore provinciale al lavoro Raffaele Parrini, per chiedere alle istituzioni chiarezza sul loro destino e possibili soluzioni.

Con una diminuzione del fatturato del 50%, 12 dipendenti in cassa integrazione ordinaria, un settore chiuso e una riduzione drastica del personale, l'azienda apuana di mobili è, infatti, entrata ufficialmente nel libro nero delle imprese in serie difficoltà economiche. E gli operai si chiedono ora che ne sarà di loro.

Ma andiamo indietro di qualche anno. Era il 2003 quando la SynTech spa nasce, con il sostegno dell'amministrazione comunale guidata da Pucci, come progetto di reindustrializzazione della ex Olivetti. Vengono così reintegrati alcuni lavoratori cassaintegrati della vecchia azienda - tra cui due donne che da impiegate sono diventate operaie - e assunti altri operatori qualificati. Nei primi anni, la produzione è positiva e i dipendenti aumentano, fino ad arrivare a 52. Poi, nel 2008, la crisi economica e, con essa, il progressivo calo della produzione. I contratti a tempo determinato non vengono più rinnovati, alcuni dipendenti vanno in pensione, e il personale arriva a 43 tute blu. Ma la crisi non si arresta e fa barcollare tutto il gruppo SynTech. Tre della quattro fabbriche sparse per l'Italia chiudono e a Massa viene interrotta la produzione di cassetti, portando a un evitabile esubero di personale.

Da qui, qualche mese fa, le due vie d'uscita individuate dall'azienda. La prima, concordata con la rsu, ha portato alla decisione di chiusure collettive settimanali, in modo da alleggerire le spese. La seconda, presa invece unilateralmente dall'azienda, ha portato alla cassa integrazione ordinaria (scattata a gennaio e scadrà tra 26 settimane) di 12 dipendenti - di cui due fissi e gli altri dieci a rotazione ogni mese a gruppi di cinque (per un mese cinque sono in cassa integrazione e gli altri cinque no, e viceversa il mese successivo) - scelti dalla proprietà stessa.

«Questa - spiega Carlo Ricci, della rsu-Fiom - è una grande forma di discriminazione. Con che criterio hanno scelto questi lavoratori? Per non parlare dei singoli casi di discriminazione, come quello di un dipendente che ha fatto un mese di cassa integrazione, ma siccome è andato in malattia, gli è riscattata anche il secondo mese».

Ma le preoccupazioni espresse dagli operai e dai rappresentanti di categoria vanno aldilà della discriminazioni. «Che l'azienda sia in crisi è evidente - commenta Marco Battistini, della Fim-Cisl - ma le intenzioni non sono ben chiare. Cosa vuole fare la proprietà? Sono stati spesi 1,5 milioni in pannelli solari, ma non c'è stato nessun investimento nella produzione, come nell'acquisto di macchinari nuovi». Chiarezza sul futuro, risposte immediate sono quindi le principali richieste rivolte ieri mattina dagli operai alle istituzioni, che si sono mostrate aperte al dialogo. «Questa è una vicenda - risponde agli operai il sindaco Pucci - che non abbiamo mai trascurato. Come mi sono impegnato a fare nascer questa azienda mi occuperò personalmente di non farla chiudere. In questi giorni ci mettere in contatto con i proprietari e ci confronteremo sulle possibili soluzioni».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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