Sicurezza
Comunità marinella in lutto
Deceduta Marina Telara, in un libro il racconto della sua malattia
MARINA DI CARRARA. La comunità marinella è in lutto, per il decesso - a causa di un male incurabile - di Marina Telara, 50 anni. Appartenente a una storica famiglia di Marina (suo padre era Mario Telara), lascia la sorella Elisabetta, il fratello Angelo e i nipoti. Appassionata di fotografia, di pittura, da alcuni anni, da quando le era stata diagnosticata la malattia che non le ha lasciato scampo, aveva iniziato a scrivere un libro, “Questa volta vinco io”, che adesso gli amici e i congiunti pensano di diffondere, anche se purtroppo è stato il male ad avere il sopravvento.
«Una persona solare, eccezionae - racconta commossa un’amica del cuore - sempre pronta ad aiutarti, a dire una parola giusta al momento buono. Lei c’era sempre, per tutti noi».
Incredulità e sconcerto anche su Facebook, dove Marina annoverava molti amici. Scrive un’amica: “Ciao Mari, l'ultimo concerto di Renato lo avevo visto con te nel 1996. Oggi ti ho visto mentre te ne andavi,ma rimani sempre come me una di quelle facce rincoglionite estasiate esaltate e sognanti che urlano... ridipingiamolo di noi,di noi zerofolli di noi zeromatti, a noi che basta un soriso una stretta di mano e a me che basta dirvi Vi amooooo. Sono felice di non aver mai tolto la tua foto dalla grande cornice dei ricordi appesa alla parete,così anche ora posso vederti com'eri e come sei anche adesso,da qualche parte,o almeno mi piace pensarlo, magra e vana consolazione per sentire meno la vertigine sul vuoto che ci aspetta tutti”. Struggente anche il ricordo della nipote: “Ciao stellina, sei salita su Pegaso e sei andata verso la luce. Ora puoi volare libera e vegliare su di noi dall'alto. Fai buon viaggio ma sappi che rimarrai per sempre nel mio cuore! Tvb e sarà sempre così”.
I funerali sono in programma oggi, mercoledì, alla chiesa parrocchiale della Sacra Famiglia a Marina alle 14,30. Anche all’obitorio, nella giornata di ier, un mesto via vai di congiunti e amici, addolorati, spiegavano «per aver persona una persona speciale, unica».
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