La manifestazione
Olga e la sua creatura, morti di fame e di sete
Il compagno marocchino voleva da tempo che si facesse visitare da un medico Dei funerali della 31enne ucraina si farà carico il Comune: per lei tantissimi fiori
CARRARA
Olga Kogut è morta di fame e di sete. Il suo corpo era denutrito e disidratato: da giorni non mangiava, non beveva nemmeno più. Forse non si guardava nemmeno più in quello specchio a cuore, appoggiato accanto alla tenda.
A stroncare Olga e la creatura che portava in grembo, è stato un edema polmonare terminale, che le ha fatto smettere di battere il cuore. Lo ha stabilito il medico legale, dottor Maurizio Ratti dopo l’esame autoptico. Questo l’evento accidentale, che ha provocato la morte, in una donna dall’organismo ormai compromesso, che dimostrava il doppio della sua età biologica. Nessuna lesione, nessun segno sospetto: già nelle prossime ore dovrebbe arrivare il nulla osta del magistrato, la dottoressa Rossella Soffio, per la sepoltura. E dei funerali della 31enne ucraina morta nella tenda a pochi metri dalla ferrovia, accanto a un capannone dismesso della Ferroleghe, si occuperà il Comune. Per Olga, che nella vita ha patito il freddo, la fame, la sete, e il dolore più grande per una madre, l’allontanamento dal proprio figlio, ci saranno tanti fiori . Lo hanno assicurato da Palazzo civico. Lo hanno detto già al suo compagno, il marocchino 46enne, Omallah Khallil. E’ stato lui a vedere per l’ultima volta Olga in vita, sabato sera. Alla polizia ha raccontato che si erano addormentati poco dopo le 22 e 30, stretti in quel materasso sproco, in mezzo ai rovi. Durante la notte non aveva sentito nulla di strano. Nemmeno un gemito. Ma la mattina la sua Olga non rispondeva più: da qui la sua folle corsa in bici, per dare l’allarme. Ma ormai non c’era più nulla da fare. Erano morti tutti e due, la donna e la creatura che da sette mesi teneva in grembo. Omallah, in Italia dal 2004, da tre anni senza lavoro, ha detto ai poliziotti, fra le lacrime, che lui voleva che Olga si facesse visitare. Glielo aveva detto più volte di andare da un medico, ma lei non ne voleva sapere. Le sue ultime analisi mediche, registrate dal Cup dell’ospedale cittadino, risalgono al 2010. Poi più nulla. Nell’ultimo anno e mezzo Olga non si era più presentata nemmeno agli incontri protetti, quelli che le avrebbero consentito di veder e abbracciare il suo bambino, quello che i servizi sociali di Massa avevano dato in affido. Olga aveva rinunciato al suo bene più grande e ora aveva paura di perdere anche l’altra creatura che aspettava. Quando i segni della gravidanza si erano fatti evidenti e qualcuno aveva notato quel corpo più goffo, anche sotto il cappotto pesante, aveva smesso di andare alla mensa della Caritas. A Marina se la ricordano bene. «Era bionda, educata e gentile, - dice una delle volontarie, Daniela Maggiani - Non aveva nulla, ma una grande dignità».©RIPRODUZIONE RISERVATA
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