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Tesimag, il riesame conferma gli arresti

MASSA Il tribunale del riesame di Genova ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai legali di Sara e Pier Lorenzo Vannucci, titolari della Tesimag, e del commercialista Paolo Strano. I...

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MASSA

Il tribunale del riesame di Genova ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai legali di Sara e Pier Lorenzo Vannucci, titolari della Tesimag, e del commercialista Paolo Strano. I primi due restano ai domiciliari, mentre il libero professionista rimane in carcere. Indagata una terza socia dell’azienda, Nara Maggiani, mamma di Sara.

Il riesame di Genova rigettando la richiesta degli avvocati degli imprenditori e del commercialista ha usato parole forti come «gravi indizi di colpevolezza». E ancora: «Esigenza della custodia cautelare per la pericolosità dei soggetti che hanno messo a segno la frode in erogazione di denaro pubblico con abuso della buona fede dell’Unione europea e della Regione Toscana». E infine: «Anche l’entità cospicua dell’ingiusto profitto incide sulla decisione».

Resta ancora in attesa un altro ricorso, al riesame di Massa, per quanto riguarda il dissequestro dei beni dei tre soci della Tesimag. Quasi tre milioni di euro. Ma anche qui la decisione delle toghe apuane è attesa a giorni.

L’azienda carrarina, impegnata nella produzione di utensileria lapidea, aveva ottenuto un finanziamento comunitario da un milione di euro per comprare un brevetto innovativo (che in realtà era già loro da dieci anni). Dai controlli incrociati della guardia di finanza è venuta fuori la frode. Le indagini sono partite nel 2010, quando le fiamme gialle si sono trovate tra i fascicoli da controllare la richiesta di finanziamento da un milione di euro della Tesimag Srl, con la consulenza di Strano. Da subito, sono state individuate diverse, rilevanti anomalie. Segnalate al sostituto procuratore Rossella Soffio. È emerso che, per beneficiare di finanziamenti erogati nell'ambito del Fondo europeo di sviluppo regionale, la società dei Vannucci aveva presentato un piano di investimento per 1,3 milioni di euro, giustificato, tra l'altro, da fatture relative a spese per l'acquisto di un brevetto relativo a una macchina utilizzata per la lavorazione dei materiali lapidei. Tutti documenti poi rivelatisi fasulli.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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