Finanza
Morti alla Skf-Riv, no al processo L’ex direttore è stato prosciolto
Il gup Ermanno De Mattia ha detto no al rinvio a giudizio di Maurizio Silvestrini, dirigente dello stabilimento Skf-Riv dal 1980 al 1986. Si era già capito che il giudice non era convinto
MASSA. Il gup Ermanno De Mattia ha detto no al rinvio a giudizio di Maurizio Silvestrini, dirigente dello stabilimento Skf-Riv dal 1980 al 1986. Si era già capito che il giudice non era convinto di mandare a processo Silvestrini qualche mese fa, quando - era ottobre - aveva chiesto al perito dell’accusa (sostenuta dal pm Rossella Soffio), il professor Benedetto Terracini, di ampliare lo studio presentato sul nesso tra le condizioni di lavoro e le malattie contratte dagli operai deceduti (le famiglie si sono costituite parti civili). In pratica De Mattia aveva accolto la tesi della difesa, che si faceva forza con la perizia di un altro esperto (Enrico Pira) consulente di parte (l’avvocato Ferrari di Torino).
In pratica Pira diceva che lo studio di Terracini è valido, ma è incompleto. E così il gup prima di prendere una decisione sul processo a Silvestrini o sul prosciogliemento dell’ex dirigente di Skf aveva chiesto uno studio più articolato. Decisione accolta anche dai legali delle parti civili, tra questi l’avvocato Dino Del Giudice. E la settimana scorsa è arrivata la decisione di non luogo a procedere.
Il primo processo alla Skf-Riv fu fatto nel 2009 e vedeva alla sbarra, oltre a Silvestrini, un altro ex dirigente (in carica dal 1974 al 1980): Bengt Nilson. Svedese. Sia lui che Silvestrini vennero assolti, ma il pm Soffio ascoltando numerosi testimoni e raccogliendo altre prove inoltrò una richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dei due direttori con l’accusa di omicidio colposo e lesioni colpone. Nel frattempo però Nilson è deceduto.
Secondo il pubblico ministero Soffio i due erano colpevoli di avere causato per imperizia e negligenza il decesso dell’operaio massese Franco Della Tommasina, in particolare omettendo di installare dispositivi per rendere più salubre l’ambiente lavorativo, per proteggere il lavoratore dalla contaminazione con sostanze cancerogene,”dimenticando” di avvertire i lavoratori dei rischi che correvano. La tesi dell’accusa, esposte dal pm in una lunga e dettagliata requisitoria, erano così sintetizzabili: il nesso causale tra le condizioni di lavoro in quella fabbrica - dove, hanno raccontato i testimoni, regnava una nebbiolina di vapori di petrolio e altri idrocarburi, dove si tenevano le finestre chiuse per non danneggiare il prodotto, creando così una specie di”camera a gas”, dove si respiravano formaldeide, vapori di olii e altri veleni - e la malattia mortale sono evidenti, chiari e accertati. «Oltre ogni ragionevole dubbio». Due anni di carcere, questa era stata la richiesta di condanna avanzata dal pubblico ministero. Richiesta a cui si era associato l’avvocato di parte civile Corrado Ceccarelli, rappresentante dei familiari dell’operaio. Poi era arrivata l’assoluzione.
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