Attenzione
Processo Iraq: quattro condanne pesanti
Bancarotta e abuso d’ufficio: 7 anni e mezzo a Paolo Dazzi, 6 anni agli avvocati Reboa, Lattanzi e all’ex giudice Donatiello
CARRARA
Quattro condanne pesantissime. Così si è espresso il tribunale di Torino (IV sezione penale) sulla maxi truffa all’Iraq che ha avuto come protagonisti, e imputati, l’imprenditore del marmo Paolo Dazzi (condannato a 7 anni e mezzo) , la moglie e ex giudice Laura Donatiello (condannata a sei anni), gli avvocati carraresi Rinaldo Reboa e Giancarlo Lattanzi (anche per loro è arrivata la condanna di 6 anni ciascuno) e la legale versiliese Ada Rosa Ruffini, l’unica ad essere stata assolta, “perchè il fatto non sussiste” (le era contestato il reato di bancarotta documentale). La Ruffini, alla lettura della sentenza è svenuta in aula.
Le condanne del tribunale di Torino Il dispositivo della sentenza è stato letto in aula alle 15 e 15. Paolo Dazzi, Rinaldo Reboa, Giancarlo Lattanzi e Laura Donatiello sono stati condannati per bancarotta propria (è stato riqualificato il reato di bancarotta fraudolenta) con l’aggravante dell’ingente danno. In questi termini la prescrizione scatterà solo nel 2018. Gli stessi imputati sono stati condannati anche per abuso di ufficio in concorso.
Per loro è arrivata invece l’assoluzione (visto l’articolo 530 del codice di procedura penale) per quel che riguarda: “la formazione di un falso contratto, perché il fatto non sussisste”. Assolti anche per l’abuso d’ufficio, ma solo in ordine al fatto commesso il 28 maggio 2004, per intervenuta prescrizione. Sempre in sentenza viene messo nero su bianco che Paolo Dazzi, Laura Donatiello, Giancarlo Lattanzi e RinaldoReboa, sono dichiarai “inabilitati all’esercizio di un’impresa commerciale ed incapaci di esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa, per dieci anni”. E interdetti “in perpetuo dai pubblici uffici durante la pena”.
La condanna più pesante arriva poi per gli avvocati Giancarlo Lattanzi e Rindaldo Reboa: il tribunale di Torino li dichiara interdetti dalla professione forense per cinque anni (quando naturalmente la sentenza passerà in giudicato).
Dovranno essere restituiti 7 milioni e mezzo a Unicredit Sette milioni e mezzo di euro (7.503.258,53 per la precisione). Questi i soldi che Dazzi, la Donatiello, Lattanzi e Reboa, dovranno restituire alla Unicredit spa (già Banca di Roma) e per essa alla Cancelleria civile del tribunale di Massa, in qualità di depositaria entro 30 giorni dal passaggio in giudicato della sentenza. In sostanza si tratta di quei beni congelati dell’Iraq, presso l’istituto di credito, fatti pignorare a suo tempo dall’allora giudice Donatiello per il pagamento alla Server Plus.
Paolo Dazzi: il contratto era vero e ho pagato tutti i creditori L’imprenditore Paolo Dazzi ha ascoltato la sentenza, che lo ha condannato a 7 anni e mezzo, in quell’aula del tribunale di Torino dove, nel corso del maxi processo è stato sempre presente. Udienza dopo udienza. Ieri, insieme a lui c’erano gli avvocati Rinaldo Reboa e Ada Rosa Ruffini. Non erano invece presenti gli altri due imputati la moglie di Dazzi, l’ex giudice Laura Donatiello e l’avvocato Giancarlo Lattanzi.
«La cosa che tengo a dire - commenta a caldo - è che nella sentenza viene riconosciuto che il contratto con l’Iraq esiste. Per l’onorabilità mia e della mia famiglia voglio quindi sottolineare che il contratto c’era e l’Iraq è debitore. Non sono un truffatore, e ho pagato tutti i creditori». E continua: «A Callisto Tanzi, per il crack della Parmalat hanno dato 10 anni. Io che ho pagato tutti i creditori sono stato condannato a sette anni e mezzo». E poi Dazzi annuncia: «Ricorreremo in appello».
La vicenda Nel mirino della procura di Torino la gestione de recupero del credito legato alla commessa sfumata per al costruzione di una moschea e un centro islamico. Nel maxi-credito fra l'azienda Dazzi e l'Iraq subentrò, infatti, proprio il tribunale di Massa, dando il via a una battaglia di carte bollate con la Banca di Roma, dove si trovavano delle somme riconducibili al Rais per un'altra controversia. A inizio 2003, spuntò poi una società londinese: la Server Plus Ltd che presentò istanza di cessione del credito milionario proponendo in cambio, cash, il pagamento di 77.450 euro. A fronte di un potenziale credito di 4,4 milioni di dollari oltre interessi (pari a 7,4 milioni di euro). Al secondo tentativo, il tribunale accettò i 77mila euro, pensando che i soldi del Rais non ci fossero o fossero intoccabili e quindi inesigibili. Invece, non appena - a luglio 2003 - il credito passò dalla curatela fallimentare alla Server Plus, il credito diventò improvvisamente disponibile.
Nell’indagine spunta Rudy Cereghetti, il faccendiere svizzero del crack Volpi Nel fascicolo dei pm, il faccendiere svizzero Rudy Cereghetti compare per avrer avuto contatti con l’imprenditore Paolo Dazzi. E’ proprio lo stesso personaggio che spuntò anni dopo nella vicenda del crack Volpi, per la costituzione delle società svizzere dell’immobiliarista apuano al centro di un crack milionario.
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