Sicurezza
Amianto, oltre 30 morti ma la strage continua
Il picco dei tumori atteso nel 2015. Più di 100 i lavoratori colpiti da mesotelioma La vicenda della Fibronit, l’ Eternit apuana, con 19 decessi e nessun colpevole
MASSA. Oltre 2mila lavoratori sottoposti al rischio amianto in provincia, 101 i casi di mesotelioma maligno – un cancro inesorabile, contro il quale esistono solo cure palliative – registrati tra il 1998 e il 2006.
Almeno 30, ma è una stima in difetto, le persone uccise da questo tumore che insorge come conseguenza dell’inalazione delle fibre di amianto. 19 solo alla ex Fibronit, una decina solo al Pignone, dove si contano anche circa 80 malati. Oltre 600 gli operai (e anche impiegati) che, grazie a ricorsi collettivi, sono riusciti a ottenere indennizzi (cioè la pensione anticipata) dopo anni di esposizione all’eternit o all’amianto.
Sono numeri impressionanti: numeri di una strage non ancora finita. Il picco delle insorgenze di tumori legati all’esposizione all’amianto è atteso, dicono gli studi di Asl e Regione, per il 2015.
La “storica” sentenza del processo per le morti da Eternit a Casale Monferrato – i responsabili di quella specie di eccidio condannati a 16 anni per disastro colposo – riaccende i riflettori su danni e tragedie che la «mala polvere» ha provocato sul nostro territorio.
Le fibre di amianto erano impiegate in larga misura nelle fabbriche della zona apuana. In Ferroleghe, alla Sanac, nei cantieri navali (allora Cnasa), al Nuovo Pignone, soprattutto. E poi alla Fibronit, che era, in tutto e per tutto, una Eternit (questo il nome del materiale prodotto e anche della fabbrica) più piccola.
Alla Fibronit (la cui sede legale era, non a caso, a Casale Monferrato) si produceva cemento-amianto. Per vent’anni, dal 1965 al 1985 ogni giorno vi entravano fino a 200 operai, ogni giorno esposti agli effetti terribili delle fibre di amianto. Almeno 70 si ammalarono. In 19 morirono, tra il 1992 e il 2000. Si ammalò anche – questo emerse nel processo a carico dei dirigenti della fabbrica che si concluse nell’ottobre 2005 – la sorella di uno degli operai. Lei in fabbrica non andava, ma lavava la tuta da lavoro del fratello, inalando la «mala polvere». Condannata al tumore anche lei.
Non venne invece condannato, in quel processo (con rito abbreviato), Luigi Cassina, dirigente della Fibronit, accusato di concorso in omicidio colposo plurimo. In aula emersero negligenze, omissioni dell’azienda, si ricordò come, nel 19790 l’allora sindaco di Carrara Sebastiano Puccinelli firmò un’ordinanza per imporre misure di tutela anti-amianto nella fabbrica. E come Fibronit, in tutta risposta, impugnò la delibera davanti al Tar. Ma il dottor Cassina (tra l’altro anche lui colpito da asbestosi) venne assolto. Perchè, sentenziò il gup, non era lui che prendeva le decisioni.
In altri casi, per le morti avvenute alla Cnasa e al Nuovo Pignone, i dirigenti vennero condannati; in altri ancora ci furono, invece, proscioglimenti, poichè non fu dimostrato che gli operai si erano ammalati nel periodo in cui i dirigenti imputati erano responsabili della fabbrica.
Aldilà degli esiti delle battaglie giudiziarie, comunque, restano il dramma di centinaia di famiglie, il calvario di centinaia di lavoratori, i costi sociali di una vera “epidemia” (a Massa Carrara l’incidenza dei tumori mesoteliali è del 7,75 ogni 100mila abitanti, largamente sopra ogni media nazinale) di cui l’opinione pubblica ha scarsa cognizione. Anche perchè le patologie da amianto hanno in più la subdola caratteristica di insorgere anche 20 anni dopo il “contagio”. E di quei morti per lavoro pochi si ricordano.
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